L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine nello spirito: soltanto qui è la chiave di tutto. (Goethe)

giovedì 15 dicembre 2011

Benvenuti nello Stato Sovietico dei Banchieri


Monti il Totalitario pro-Banchieri (Un Comunista per i Mercati. Un Socializzatore per il Bene della Speculazione)


di Maurizio Blondet

Che dire, caro lettore? Sul Corriere appare una intervista ad un esultante Attilio Befera, il capo di Equitalia, che tripudia: «Segreto bancario finito, ora abbiamo più poteri. Così scopriremo gli evasori». Potremmo consolarci pensando che il Fisco finirà per annegarsi da sè in miliardi di dati – la maggior parte del tutto inutili – tali da paralizzarsi da solo. Per dirla con Raffaello Lupi, docente di Diritto tributario non privo di humor, quando le tracce sono milioni, nemmeno il miglior ricercatore di orme Sioux ci si raccapezza.

Ma proprio questo ci dice che la mitica «caccia all’evasore» non è lo scopo dell’abolizione del segreto bancario, nè il motivo dell’esultanza di Befera. Il tripudio, vicino al delirio d’onnipotenza, è dovuto al coronamento del sogno di ogni alta burocrazia – specie italiana: esercitare il controllo totale su tutti i privati, ficcare il naso negli affari minimi di ciascun contribuente, a scopi polizieschi o semplicemente per godere del potere indebito di farsi i fatti altrui. L’alta burocrazia guarda ai cittadini (che la pagano) come nemici (perchè non la pagano abbastanza) e comunque come sospetti da tenere sotto sorveglianza e da smascherare. O almeno, da tenere sotto schiaffo con il continuo timore di essere colti in fallo dall’occhio onnipotente del Pubblico Potere.

È lo stesso motivo per cui la magistratura d’accusa compie intercettazioni telefoniche a tappeto, senza limiti, indiscriminati ed arbitrarie, e non tollera limitazioni su questa pratica di violazione della libertà personale. Ho già detto più volte il perchè: per la burocrazia pubblica, tributaria, giudiziaria o comunque castale, i cittadini privati sono sospetti in via di principio, in quanto esercitano atti di volontà privati; ossia esercitano, per dirla in breve, la libertà. La «cultura» burocratica pubblica ammette come lecite solo le azioni dei cittadini e contribuenti quando coincidano con la Volontà Generale. Se costoro esercitano atti secondo la loro volontà particolare e personale, essi delinquono(1). O sono sospettati di delinquere.

giovedì 1 dicembre 2011

"NOI CREDIAMO", Un libro di Giorgia Meloni.

"Noi crediamo. Crediamo nei giovani, nella politica, nella giustizia, nell'eguaglianza, nel merito. Crediamo nella nostra Nazione, una Nazione nata centocinquant'anni fa dal sacrificio di un gruppo di ragazzi, molti dei quali poco più che ventenni. Una banda di idealisti, sognatori e poeti, capaci di abbandonare tutto e prendere le armi per inseguire l'utopia dell'unità nazionale." 

In un momento di crisi - della politica, dell'economia, degli ideali - serve ricordare da dove veniamo, il nostro patrimonio di valori e cultura, la nostra identità. Perché, mai come ora, è pericoloso cedere alla tentazione del disimpegno, dell'apatia e del qualunquismo mascherati da lotta alla "Casta", da antipolitica. È vero, quella di oggi è una società bloccata. Bloccata da rendite di posizione, dalla mancanza di mobilità sociale, da vecchi schemi che non corrispondono più alla realtà, che invece è profondamente mutata. E sono i giovani a pagare il prezzo più alto, costretti a vivere un presente di precarietà e a immaginare un futuro ancora più incerto. 

Per loro c'è bisogno di aggredire dalle fondamenta la società dei privilegi consolidati e costruire sulle sue macerie l'Italia del merito capace di far emergere e premiare l'energia visionaria, la tenacia, il talento. Giorgia Meloni, il più giovane ministro nella storia della Repubblica, ha raccolto le storie di ragazzi e ragazze che vivono con coraggio, determinazione, passione. 

Alcuni sono famosi, come Federica Pellegrini o Mirco Bergamasco, altri no, ma non sono meno importanti, perché tutti protagonisti di storie esemplari e avvincenti, che meglio di molti discorsi illustrano i princìpi - dalla lotta alla mafia alla difesa della vita - per cui l'autrice si batte da anni e che ne hanno ispirato l'intera attività politica. Sono storie che nascono da un incontro, da una sintonia di valori, dalla certezza che le vite di questi giovani servono ad altri. E che servono all'Italia per essere un Paese migliore.

martedì 18 ottobre 2011

Il giro d'Italia in 150 passi.



VENERDI' 21 OTTOBRE, ALLE ORE 17:30 a Firenze, presso il Meeting del Forum Nazionale dei Giovani, Proposta 2011 verrà presentato il dvd 
"Il giro d'Italia in 150 passi." realizzato dalla Commissione Cultura della Legalità del FNG, con patrocinio del Ministero della gioventù e del 150° dell'unità d'Italia. con il progetto Legalità In-formazione.



Il lavoro che verrà presentato è diviso in tre parti, la prima (Legalità In-formazione) è il punto centrale del lavoro, un documentario che contiene video-interviste  a diversi protagonisti "noti" (Don Ciotti, Giancarlo Caselli, Nicola Gratteri, Orfeo Notaristefano). Contiene inoltre interviste itineranti a giovani in aree geografiche diverse.(nord, sud,centro italia).
L’obiettivo è  stato quello di raccogliere esperienze diverse, comuni e particolari per mettere a confronto diverse modalità di lotta alla criminalità organizzata e di promozione della legalità, si è scelto di raccogliere le testimonianze in aree geografiche  diverse per diffondere il concetto di cultura della legalità come valore unificante per le giovani generazioni a prescindere dalle realtà geografiche.

La seconda parte è un cortometraggio dal titolo " Un giorno da leone 100 da pecora". Viene messa a confronto una giornata tipo di un magistrato antimafia e di un latitante, vengono in particolare messe in risalto le criticità che caratterizzano le due vite, e la difficoltà soprattutto per il magistrato costretto a privarsi di molte sue libertà per perseguire i suoi scopi e servire la collettività ma che nonostante tutto vive "libero" e convinto di esserSI schierato dalla parte giusta.

La terza parte "il legalizzatore" è un video strutturato in maniera particolare. Lo scopo è quello di far notare come il rispetto della legalità non sia limitato soltanto ai casi più ‘gravi’, ma come la legalità passi anche per piccoli comportamenti quotidiani, che sono comunque alla base del vivere civile in una società. Nel video vengono "scovate" quelle piccole azioni quotidiane che commettiamo non agendo nelle legalità.Si prenda per esempio il mancato pagamento del biglietto sull'autobus, gettare le cartacce in strada ecc.ecc. L' obiettivo è far capire che anche con le piccole azioni influiscono sul benessere della collettività.

Tutto il materiale raccolto sul dvd verrà distribuito ad associazioni e  nelle scuole così da poter dare degli strumenti agli insegnanti ed educatori per approfondire le tematiche della legalità, a tal proposito nel libretto del dvd sono inserite delle attività che gli insegnanti/educatori possono realizzare con i loro ragazzi.
Il progetto è stato seguito in tutti i passi dalla commissione cultura della legalità del Fng, le attività allegate sono state realizzate dal pool di formatori del Fng. Il lavoro ha il patrocinio del Ministero della gioventù e del 150° dell'unità d'Italia. La realizzazione tecnica è frutto della collaborazione tra l'agenzia Capsulae e MedulaLab.

ecco il trailer:



Fate parlare gli indignati e capirete la vera ragione per cui sono precari


di Pietrangelo Buttafuoco

 Troppo comodo trasformare in fascisti i “compagni che sbagliano”, gli incappucciati che si prendono i cortei per fare la festa agli indignados. Troppo facile, poi, risolverla con lo sfascismo.


 In questa vicenda di borghesi stradaioli non c’entra nulla, infatti, il santo manganello. Non c’è il Novecento, non c’è la “Rissa in Galleria” e neanche “Città che sale”. Tutt’al più c’è quell’Ecce Homo di Marco Pannella scaracchiato da una manica di benpensanti giacobini.In attesa che ci scappi il morto è bene che si sappia che in queste stupide lagne giovanilistiche – cui può benissimo fare il paio la dichiarazione di Mario Draghi, ben lieto di scivolare dentro la demagogia – non c’è una sola scazzottatura, non un solo frammento dell’Avanguardia storica e sempre restando in attesa che ci scappi il morto si può stare sicuri di un fatto: neppure la ribellione delle masse può cominciare da piazza San Giovanni perché se solo ci fosse stata una goccia di olio di ricino si sarebbero sentite le note di “Rusticanella”, la marcia della marcia su Roma.Troppo comodo, poi, pensare che possano fare epoca. Sarà globale, infatti, la mobilitazione – ci sarà tutta una canea a muoversi – ma tutti questi indignados sono così a corto di concetti, di parole e di raziocinio che è proprio un’esagerazione andargli addosso con gli idranti della forza pubblica. E’ sufficiente farli parlare. Di tutti questi indignados, infatti, quelli interpellati a caldo, dopo gli incidenti di sabato – ma anche a freddo, a bocce ferme – non ce n’è uno che sappia fare la “O” col bicchiere. Il povero David Parenzo, in collegamento dalla piazza ancora rovente per “In Onda” su La7, dai leader raccolti intorno al suo microfono non riusciva a cavargli un costrutto che fosse uno, due parole messe in croce, tre neuroni in grado di sostenere una spiegazione del loro essere indignati. Stessa fatica per Bianca Berlinguer, sempre in collegamento con i giovani indignati al Tg3 “Linea notte”, che non riusciva a farsi dare una frase di senso compiuto da questi avanguardisti, incapaci perfino di dare una risposta a Mario Draghi.

lunedì 5 settembre 2011

FATE LARGO ALL'ITALIA CHE AVANZA - Atreju 2011

Uno slogan di protagonismo generazionale diventa il titolo della XIII edizione di Atreju, festa nazionale della Giovane Italia, che torna dal 7 all' 11 settembre nel Parco del Celio a Roma. Come il protagonista de "La Storia Infinita", anche l'evento che porta il suo nome vuole incarnare l'esempio di un giovane impegnato nel confronto quotidiano contro le forze del Nulla, contro un nemico che logora la fantasia della gioventù, ne consuma le energie, la spoglia di valori ed ideali, sino ad appiattirne le esistenze. "Fate largo all' Italia che avanza" è il motto di una gioventù che chiede a gran voce il ritorno della meritocrazia per le nuove generazioni, che non ci sta a pagare il conto di decenni di cattiva politica senza fiatare, e che vuole abbattere quei muri e scavalcare quelle barriere rappresentate da vecchi privilegi, baronie e rendite di posizione. 


Programma


mercoledì 07 settembre 2011

ore 17:00
Fate Largo all’Italia che avanza. Inaugurazione di Atreju 2011
Saluti: Vincenzo Piso, coordinatore PdL Lazio; Alfredo Pallone, vice coordinatore vicario PdL Lazio; Gianni Sammarco, coordinatore del PdL Roma; Marco Di Cosimo,vice coordinatore del PdL Roma; Francesco Lollobrigida, coordinatore PdL Provincia di Roma; Angelo Santori, coordinatore vicario PdL Provincia di Roma.
Modera: Alessandro Colorio

ore 18.00 Confronto
Tutto vince il lavoro (Virgilio).Viaggio nel futuro dell'occupazione giovanile
Partecipano: Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro; Raffaele Bonanni, segretario generale CISL; Enrico Letta, vice segretario PD; Enrico Giovannini, presidente ISTAT.
Modera: Giuseppe Agovino

ore 19.30 Atreju Cultura
La bellezza salverà il mondo (Dostoevskij). Cultura e sviluppo economico nazionale.
Partecipano: Fabio Rampelli, deputato PdL; Marcello Veneziani, saggista e giornalista; Luca Telese, giornalista e scrittore; Enrico Gasbarra, deputato PD.
Modera: Ulderico De Laurentiis

ore 21.00
Premio Atreju 2011 a Carlotta Pasqua, presidente Associazione Giovani Imprenditori Vinicoli Italiani.
Partecipa Barbara Saltamartini, responsabile settore pari opportunità PdL.
Consegna il premio Daniele Capezzone, portavoce PdL.
Modera: Francesco De Micheli

ore 21.30 Spettacolo
Il cabaret di Andrea Perroni


mercoledì 13 luglio 2011

Trailer Legalità In-formazione

Trailer del Progetto: Legalità In-formazione, realizzato dalla commissione Cultura della Legalità del Forum Nazionale dei Giovani. Il dvd integrale verrà presentato ad ottobre 2011, con un evento nazionale.


venerdì 1 aprile 2011

I disordini arabi tengono la Cina sulle spine

di Francesco Sisci

RUBRICA SINICA. Il disastro nucleare giapponese, l'intervento occidentale in Libia e la rivolta in Siria gettano benzina sul fuoco dell'incubo più grande di Pechino: l'inflazione alimentare e petrolifera.

(carta di Laura Canali tratta da Limes 4/2008 "Il marchio giallo" - clicca sulla carta per legenda e possibilità di ingrandire)

PECHINO - Lo scorso sabato 26 marzo alcune manifestazioni antigovernative hanno ingolfato diverse città della Siria, un paese mediorientale retto da una vecchia dittatura che sostiene i fondamentalisti islamici che periodicamente attaccano Israele dal Libano meridionale.
Il presidente siriano, l'oftalmologo quarantacinquenne Bashar al Assad, che ha ereditato la posizione dal padre Hafez al Assad, ha presumibilmente ordinato alle truppe di aprire il fuoco contro i manifestanti.
Durante il weekend, i media internazionali hanno parlato di decine di morti e si è andata sviluppando la possibilità di un cambiamento di regime o di un intervento occidentale a supporto dei manifestanti antigovernativi.
Una settimana prima, una coalizione di forze statunitensi, francesi, britanniche e italiane è intervenuta in Libia contro Muammar Gheddafi in sostegno dei ribelli che stavano perdendo la guerra. Se, nei prossimi giorni, i manifestanti siriani perderanno nei combattimenti contro Assad, gli Stati Uniti rimarranno in disparte e seguiranno freddamente le azioni repressive?

martedì 15 marzo 2011

Falcone e la separazione delle carriere.

In questi giorni si discute tanto della riforma della giustizia e in particolar modo sulla  separazione delle carriere fra Pubblici Ministeri e Giudici. Il dibattito è furente e molti, convinti che in Italia non debba ma cambiare niente, si rifànno alla memoria di chi non c'è più per avvalorare le proprie tesi faziose. A chi cerca sempre di strumentalizzare ciò che di buono viene fatto, consiglio di leggere queste poche righe...cosi magari la prossima volta eviteranno di scomodare chi la lottta alla mafia l'ha fatta senza se e senza ma e magari questi professionisti dell'antimafia capiranno che la cultura della legalità e ben altro che quattro strilli in piazza o essere nati al sud o ancor più portare un cognome pesante...

“Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un Pubblico Ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo. È veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del Pm con questioni istituzionali totalmente distinte”.
(Giovanni Falcone, La Repubblica, 3 ottobre 1991).

lunedì 14 marzo 2011

Sarkozy mira ai pozzi libici.

di Mario Sechi da il Tempo.it del 11/03/2011

La Francia ha capito che il post-Gheddafi va gestito in attacco e non in difesa. Ieri fonti dell’Eliseo lasciavano trapelare che Parigi sosterrà il bombardamento di obiettivi libici, mentre gli insorti dell’est sono già stati riconosciuti come un’autorità legittima con cui trattare.

L’Italia è il Paese che ha gli interessi più cospicui in Libia. Come li stiamo difendendo? È una domanda alla quale da qualche settimana le azioni di maggioranza e opposizione suggeriscono una sola risposta: male. Il governo finora si è accodato alle decisioni delle più varie istituzioni. Di volta in volta ha detto di essere d’accordo con Onu, Ue, Nato, Lega Araba e Unione Africana. Manca solo il circolo degli scacchi e la lega del Subbuteo. Ma qual è la nostra posizione, la linea dell’Italia sulla crisi libica? Non pervenuta. Lo stesso Berlusconi - abilissimo manovratore in politica estera - stavolta sembra aver perso la bussola. Spettacolo imbarazzante offre il centrosinistra dove Gheddafi è riuscito a dividere un wilsoniano Veltroni da un Pd in cerca d’autore, mentre i compagni de il Manifesto in nome del Colonnello si sono scissi un’altra volta. Già così la situazione è pessima, ma se osserviamo cosa stanno combinando i nostri cugini francesi e i soliti inglesi, allora la faccenda appare serissima. Nicolas Sarkozy ha capito che il post-Gheddafi va gestito in attacco e non in difesa. Ieri fonti dell’Eliseo lasciavano trapelare che Parigi sosterrà il bombardamento di obiettivi libici, mentre gli insorti dell’est con un colpaccio diplomatico a sorpresa sono già stati riconosciuti come un’autorità legittima con cui trattare per l’oggi e soprattutto il domani. Uno-due.
Il tricolore francese sventola a Bengasi. David Cameron a Londra non ha perso tempo: ha inviato squadre speciali di militari nel deserto, è pronto a far volare i caccia Typhoon per attuare la futura no fly-zone e non si tirerà indietro di fronte a un’operazione militare mare-terra-aria. Tre-quattro. La Union Jack è in marcia su Tripoli. Parigi e Londra sono uscite con energia allo scoperto, hanno un’idea forte e non temono di esporla di fronte all’opinione pubblica e di creare un dibattito anche aspro, se volete, ma almeno concentrato su un tema di fondo della politica per i prossimi decenni. L’Italia invece sembra impegnata in un’operazione di polizia interna e cooperazione che ha poco a che fare con una potenza del G7 e molto invece con una Ong. La missione umanitaria in Tunisia è utile, certo, ma anche questa è una giocata di rimessa e in ogni caso del tutto insufficiente rispetto al nostro interesse concreto sul campo da gioco libico e al non trascurabile fatto che la partita è in corso nel Mare Nostrum.

domenica 13 marzo 2011

La situazione in Libia, 11 marzo

da Limes.it
carta di Laura Canali
Una carta per inquadrare gli scontri in atto, le aree sotto il controllo di Gheddafi e quelle in mano ai ribelli.


(clicca sulla carta per ingrandire)

Le pedine rosse sono le città sotto il controllo di Gheddafi, quelle verdi sono quelle sotto il controllo dei ribelli. In giallo gli scontri in atto, in blu le località strategiche. Le due frecce mostrano la dinamica del conflitto e l'evolversi delle manovre di offensiva e controffensiva.

Oltre che a Misurata, sono in corso combattimenti anche per il controllo di Ras Lanuf, porto petrolifero del golfo della Sirte che le forze di Gheddafi stanno tentando di strappare ai ribelli.

Non ci sono pompieri per l’incendio mediorientale

da Limes.it 

di Amber Wellard e Rodolfo Visser

Non solo Libia: sono in rivolta anche paesi chiave come Algeria, Bahrein e Iran. La democrazia più che semplificare la situazione farà esplodere quelle tensioni che sono state compresse da decenni di dittatura. E saranno guai anche per noi.


carta di Laura Canali - (clicca sulla carta per andare all'originale con possibilità di ingrandire)

La “guerra del pane” non è nuova: dalle famose brioche di Maria Antonietta al 7 maggio 1898, quando i milanesi affamati scesero in piazza, cambiano i contesti ma non la sostanza. In Francia la rivoluzione travolse il regno, poi generò un imperatore, a Milano le truppe del generale Bava Beccaris spararono ad altezza uomo per sedare i tumulti uccidendo ottanta manifestanti, ma non c’era un colpevole tiranno da abbattere, si trattava di profondo dissesto economico della neonata nazione.
Non stupisce che sotto la spinta magrebina Nord Africa e Grande Medio Oriente presentino il conto a re, raìs e dittatori travolti, prima di tutto, da smisurata, dirompente e disumana avidità. Potevano “accontentarsi” di molto meno, ma l’avidità non perdona, ottenebra le menti, rende ciechi e sordi, quindi improvvidi. Quello che è stato sottratto ai popoli viene ora sequestrato dal mondo civile. Una versione moderna del contrappasso dantesco.
Sorprende invece constatare che il mondo occidentale pensi: instauriamo regimi democratici e tutto è finito. Scoperchiata la pentola, componenti ideologiche e religiose visibili e latenti non si placheranno in breve grazie a democratiche elezioni. Tutt’altro: un uomo, un voto farà emergere tutte le tensioni delle differenze ideologiche a lungo crudelmente compresse.
Un grande pericolo di sottovalutazione incombe. Anche ipotizzando che qualche oscuro disegno abbia acceso la miccia il controllo è perduto, non ci sono pompieri. L’incendio è iniziato e proseguirà ferocemente fino alla fine.

sabato 12 marzo 2011

In Ricordo di Angelo Mancia - Caduto per l'Italia

Marzo 1980
Il mese di marzo del 1980 rimane una tappa indiscutibilmente tragica nella triste storia del terrorismo rosso a danno del mondo anticomunista, di quel nostro mondo così fiero da restare in piedi di fronte ai drammi più immani. Quando il 7 di quel mese ignoti avevano cercato la strage nella tipografia del "Secolo d'Italia", facendo esplodere due bombe, si credette che l'apice della violenza sanguinaria e barbara, posta in essere dal marxismo, fosse stato ormai raggiunto. Non era purtroppo così.Infatti domenica 10 marzo gli assassini rossi, non riusciti nel loro intento omicida al "Secolo" ci riprovavano, ritentavano la strage. Volevano uccidere i militanti del Fronte della Gioventù di via Sommacampagna, sede provinciale dell'organizzazione giovanile. La fortuna volle che un giovane entrato in uno sgabuzzino per prendere un pennello, vide una borsa sospetta. Avvisato il locale comando dei carabinieri; l'artificiere, una volta tanto prontamente arrivato, disinnescò l'ordigno contenuto nella borsa alle 11:28, appena due minuti di ritardo e sarebbe esploso, con chissà quali conseguenze. Ancora una volta non erano riusciti ad uccidere.I compagni organizzati in "volante rossa", questo l'appellativo che si erano dati i protagonisti dell'attentato al "Secolo d'Italia", firmavano anche questa volta la tentata strage, il loro disegno criminoso, andato in fumo grazie alla prontezza di uno dei giovani militanti del Fronte della Gioventù. Ancora una volta contro il coraggio e la forza delle idee , il comunismo dimostrava di saper rispondere solamente con il tritolo, con le bombe, alla ricerca di stragi. Il bisogno di sangue non si poteva quindi placare, non avevano potuto ben vendicare il compagno Valerio Verbano.
Dall'esecuzione di Verbano all'assassinio di Angelo Mancia
In quei giorni un grave fatto aveva contribuito a ridestare un clima di antifascismo militante, di caccia all'uomo. Era morto in circostanze oscure Valerio Verbano, militante dell'Autonomia Operaia. I comunisti addossarono subito all'ambiente di destra la responsabilità di quell'assassinio, nonostante nessuno lo avesse rivendicato e non avesse alcun significato l'omicidio di un esponente che nell'estrema sinistra, aveva un ruolo non di primo piano. Ciò nonostante fu affisso un manifesto, in quei giorni, che prometteva una pronta vendetta del Verbano, c'era scritto che non sarebbero bastate "100 carogne nere". Purtroppo, ancora una volta, la magistratura non intervenne, gli autori del manifesto, firmato dai compagni dell'Autonomia non vennero arrestati, quasi che non fossero noti alla questura. L'11 marzo colpirono ancora, ed ancora una volta si sbagliarono, volevano uccidere questa volta un dirigente romano del MSI ed andarono sotto casa sua ad aspettarlo. Spararono, più volte, contro colui che credettero essere il loro obiettivo, rivendicarono il crimine convinti di essere riusciti nel loro intento, invece avevano sbagliato ancora una volta, avevano assassinato un cuoco, Luigi Allegretti, tra l'altro iscritto alla CGIL, che nel buio avevano confuso con il militante missino designato.L'attentato al "Secolo", la bomba alla sede di via Sommacampagna, l'omicidio per "sbaglio", così fu etichettato dalla stampa a noi avversa, quasi che se i terroristi avessero colpito chi desideravano sarebbe stato giudicato un omicidio "giusto", non erano riusciti a dare agli odiati "fascisti" una risposta precisa all'omicidio di Valerio Verbano. Ci voleva un fatto eclatante, infatti in quei giorni numerose abitazioni di militanti del MSI furono bombardate dal tritolo sovversivo e sempre per puro caso non ci furono danni alle persone. Bisognava colpire un simbolo, una persona che non aveva mai avuto paura di loro, qualcuno che aveva sempre risposto in prima persona alle loro provocazioni, con il coraggio della lotta a viso aperto, incurante del numero degli avversari e sicuro della propria fede, uno che non si sarebbe mai piegato se non a causa di un colpo di pistola! Avevano trovato quella persona, quel "fascista di razza" (così lo definirono nel volantino di rivendicazione), era Angelo Mancia, segretario della sezione Talenti, dipendente del "Secolo d'Italia", rappresentante sindacale aziendale (RSA) della CISNAL. Stava uscendo di casa, poco dopo le 8:30 di quel 12 marzo, come ogni giorno diretto al lavoro, come addetto ai servizi esterni del "Secolo" e della Direzione Nazionale del Partito; ad attenderlo c'erano i suoi assassini, appostati dietro un furgone blu posteggiato davanti al cancello di via Tozzi 10,da dove Angelo stava uscendo, avvicinandosi al proprio motorino. Bastò un attimo per rendersi conto di quanto stava succedendo. Visti i terroristi, Angelo cercò rifugio nel portone di casa, non fece in tempo, il fuoco assassino dei comunisti lo raggiunse alla schiena; non contenti, gli assassini spararono ancora, alla nuca, volevano essere sicuri di non aver fallito anche questa volta.

lunedì 28 febbraio 2011

In ricordo di Mikis Mantakas - Martire Europeo

28 FEBBRAIO 1975 muore a Roma, a colpi di arma da fuoco, MIKIS MANTAKAS.

La storia:
Il 28 febbraio 1975 si celebra a Roma la prima udienza del processo per il rogo di Primavalle in cui perirono i due fratelli Mattei. Alla sbarra i tre assassini, identificati dopo un anno di indagini. Nonostante l'indifendibilità di un reato così orrendo, tutta la sinistra scende in campo massicciamente in favore degli assassini. La mobilitazione è generale, non c'è giornale o telegiornale che non ospiti autorevoli pareri "garantisti" e innocentisti. Viene persino pubblicato un libro dal titolo "Incendio a porte chiuse" per accreditare la tesi di un incidente e scagionare così i compagni di Potere Operaio. Naturalmente i complici degli assassini si mobilitano anche per fare pressione "fisica" sui giudici. Di fronte al tribunale viene organizzata una manifestazione e alla fine si forma il solito corteo per le vie paralizzate della città e da esso si stacca - secondo una strategia ormai nota - un gruppo che assalta la sezione del MSI di via Ottaviano, al cui interno si trova un piccolo gruppo di studenti universitari del Fuan in riunione. Gli assalitori sfondano il portone, riescono a penetrare nel cortile interno, ma qui vengono affrontati dagli studenti del Fuan che li respingono nella via. Dal gruppo messo in fuga, però, saltano fuori improvvisamente delle pistole. Pochi colpi secchi e Mikis Mantakas, 21 anni, cittadino greco, iscritto all'Università di Roma, da un anno militante del Fuan, rimane a terra senza vita. Ferito anche un altro studente, Fabio Rolli, di 18 anni.
Sabrina, la ragazza di Mikis, il giorno dopo, scrisse una struggente lettera d'addio pubblicata sul "Secolo d'Italia". Proprio quella lettera ispirò a Carlo Venturino, leader del gruppo musicale "Amici del Vento", una delle più belle canzoni di musica alternativa, rimasta per oltre vent'anni il simbolo del martirio dei giovani di destra: "Nel suo nome".
Ragazza che aspettavi, un giorno come tanti:

un cinema, una pizza, per stare un po' con lui,
dai apri la tua porta, che vengo per parlarti...
"Sai, stasera... in piazza... erano tanti, e...
il tuo ragazzo è morto...
è morto questa sera".


Vent'anni sono pochi per farsi aprir la testa
dall'odio di chi invidia la nostra gioventù,
di chi uno straccio rosso ha usato per bandiera,
perché non ha il coraggio di servirne una vera.

La gioventù d'Europa stasera piangerà
chi è morto in primavera per la sua Fedeltà.

Le idee fanno paura a questa società,
ma ancora più paura può far la Fedeltà:
la Fedeltà a una terra, la Fedeltà a un amore,
sono cose troppo grandi per chi non ha più cuore.

Un fiore di ciliegio tu porta tra i capelli,
vedendoti passare ti riconoscerò e...

Sole d'Occidente che accogli il nostro amico,
ritorna a illuminare il nostro mondo antico.
Dai colli dell'Eterna ritornino i cavalli,
che portano gli eroi di questo mondo stanchi.

Ragazza del mio amico, che è morto questa sera,
il fiore tra i capelli no, non ti appassirà.
Di questo tuo dolore, noi faremo una bandiera, 
nel buio della notte una fiamma brillerà.

Sarà la nostra fiamma, saranno i tuoi vent'anni,
la nostra primavera sarà la libertà.
Due degli assassini, Alvaro Lojacono e Fabrizio Panzieri, quelli che materialmente impugnarono le pistole, vengono subito identificati e arrestati. Anche in questo caso, però, nei mesi successivi si ripete l'ormai noto balletto di complicità e protezioni. L'allora segretario del Partito Socialista, Giacomo Mancini, arriva addirittura al punto di andare a far visita in carcere al suo "amico" Panzieri. In quegli anni è attivo anche il "Soccorso rosso", un'organizzazione finanziata dal Partito comunista per fornire avvocati e aiuti economici ai carcerati di sinistra e fu così che anche Lojacono e Panzeri, come già gli assassini dei fratelli Mattei, furono rilasciati tra una fase processuale e l'altra, riuscendo poi a fuggire all'estero. 
Seppure condannato in contumacia, il "latitante" Lojacono trovò modo comunque di tornare in Italia partecipando, tra l'altro, al rapimento e all'uccisione del leader democristiano Aldo Moro riuscendo poi ancora a rientrare in Francia. 
Di lui, condannato a 16 anni per il delitto Mantakas e all'ergastolo per quello di Aldo Moro (chissà poi perché tanta differenza?) si è tornato a parlare, nel corso del 2000, perché finalmente "rintracciato" nella sua tranquilla latitanza. L'allora ministro di Grazia e Giustizia, il comunista Oliviero Diliberto, si è però guardato bene dal fare pressioni sulla Francia per ottenerne l'estradizione

sabato 12 febbraio 2011

Giorgia Meloni sull'Unità d'Italia

"Cresce il dibattito sul 17 marzo, giorno in cui si celebrerà il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia. Si discute sul senso che deve avere e sulla necessità o meno di celebrarlo alla stregua di una Festa Nazionale. Forse non è un male, almeno siamo tutti costretti a un confronto più onesto e trasparente. Personalmente, resto convinta che almeno una volta ogni 150 anni ci sia bisogno di 24 ore per ricordare una grande avventura collettiva che innalzò una nazione, dove prima c'erano solo un popolo lacerato e un territorio conteso tra potenze straniere. 24 ore per celebrare le ragioni del nostro futuro in comune. 24 ore per ritrovare stima e coscienza della propria identità culturale. 24 ore per rinsaldare il legame tra le generazioni nel tempo, e insieme il legame tra gli uomini e le donne che vivono oggi nello stesso luogo. Non mi sembra cosa da poco. Credo valga la pena dedicargli un giorno di festa. Naturalmente a patto che sia davvero tale e non solo un giorno di vacanza. Che lo si festeggi insomma, come un compleanno, ricordando i bei tempi andati e augurandosi altri mille di questi giorni. Personalmente vorrei che ciò avvenisse non solo nel 2011, ma tutti gli anni. Questo è il senso del 17 marzo e non riesco a condividere le opinioni, talvolta molto autorevoli, che vorrebbero declassare questa data a una celebrazione di serie B. Andando a scuola, a lavoro o in ufficio, come in un giorno qualsiasi. Non mi pare di aver mai udito alcuna voce levarsi in difesa della produzione o dell'istruzione nazionale per il 2 giugno o il 25 aprile.
Non vorrei che il 17 marzo si celebrasse a scapito di altre date, sia chiaro. Eppure avrebbe maggior senso festeggiare il giorno dell'Unità degli italiani anziché momenti in cui gli italiani si sono divisi, come quando prevalse nel referendum l'ordinamento repubblicano sull'ordinamento monarchico. E sono colpevole di apologia del fascismo se ritengo che la data di nascita della nazione italiana si collochi nel Risorgimento e non nella Liberazione? La verità è che per troppi anni abbiamo riempito l'assenza di una giornata dedicata all'unità del nostro popolo (come avviene per tutti gli altri popoli del mondo) con altre, importanti certamente ma non altrettanto unificanti.
Si dirà, ma il giorno dell'Unità d'Italia non unisce affatto, semmai divide. Lo ha detto il presidente della provincia di Bolzano, lo fanno notare, anche se con molto garbo democratico, alcuni esponenti politici dell'attuale maggioranza. È proprio per questo che abbiamo un disperato bisogno di festeggiare il 17 marzo. Per ricordare innanzitutto. Che troppo sangue è stato versato da italiani e austriaci per giungere ad una pace che a Bolzano ha portato autonomia e prosperità, che le navi dei Mille si chiamavano Piemonte e Lombardo, che però la nostra nazione era stata pensata e voluta federalista, ma senza la rivolta della popolazione siciliana non si sarebbe destata la voglia d'Italia nel Meridione che poi tutto travolse. Spero sia anche l'occasione per ricordare a coloro che considerano i giovani di oggi incapaci di rappresentanza politica e civile, che fu una generazione di giovani ribelli a fare l'Italia. Gente di vent'anni o anche meno, armata di nuovi sogni e vecchi fucili, gettò sé stessa contro le baionette di un esercito straniero infinitamente più grande e potente, senza paura. E morì, come Goffredo Mameli e tanti altri. Nella speranza che le successive generazioni non avrebbero lasciato cadere il testimone insanguinato dell'unità fra gli italiani. Non ci si sente un po' piccini a parlare di fabbriche e produttività con il rischio che quei ragazzi ci ascoltino?"

Giorgia Meloni
Ministro della Gioventù

giovedì 10 febbraio 2011

10 Febbraio 2011 - alla Sapienza Io Ricordo



Il 1° maggio del 1945 è una data storica, poiché fu proprio in quel fatidico giorno che  si concluse la II guerra mondiale.
L’Italia e l’Europa tutta sono pronte a festeggiare la fine dei drammi portati dalla guerra, ignari però di ciò che stava per accadere nei territori dell’Italia nord-orientale.
Fu proprio infatti in quel 1° maggio che le truppe  comuniste jugoslave del maresciallo Tito iniziarono a dare la caccia ai molti italiani, e non, presenti in quei territori.
Molti finirono nelle foibe, cavità carsiche caratteristiche di quelle zone.
L’ infoibamento era un rituale tragico e barbarico: le vittime legate a due a due con il filo spinato venivano portati sull’orlo  della voragine e ad uno dei due veniva sparato un colpo alla nuca e, cadendo,trascinava giù anche l’altro.
Questa mattanza, durata per oltre quaranta giorni, ha costretto circa 350.000 persone a lasciare le proprie case per sfuggire all’omicida regime comunista Jugoslavo. Tutti, infatti, sapevano che bastava non essere comunisti per rischiare di essere infoibati.
In Istria, invece, la pratica degli infoibamenti iniziò già nel settembre 1943. I carnefici furono i partigiani di Tito, esecutori delle direttive dei loro capi e dell’Onza, polizia segreta di quel regime.
L’incubo finì il 12 giugno, quando le truppe alleate indussero quelle slavo- comuniste a lasciare la città.
Per lunghi anni i martiri delle foibe e gli esuli Giuliani, Fiumani e Dalmati, sono stati dimenticati dall’Italia. I tragici ricordi, infatti, costituivano verità scomode da non essere ricordate per non creare problemi a certe formazioni politiche, le quali di certo non ne avrebbero tratto vantaggi in termini di propaganda politica.
Finalmente nel 2004 con la legge n. 92 il Parlamento Italiano ha istituito il 10 febbraio quale “giorno del Ricordo” per conservare
e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani vittime delle foibe

martedì 8 febbraio 2011

In ricordo di Paolo di Nella, figlio d'Italia


Oltre il silenzio...  per non dimenticare

L'aggressione...

Paolo amava il suo quartiere, e proprio in nome di questo amore aveva programmato una battaglia per l'esproprio di Villa Chigi, che voleva far destinare a centro sociale e culturale. Per far partecipare gli abitanti del quartiere a questa battaglia sociale, il 3 febbraio sarebbe dovuta cominciare una raccolta firme degli abitanti della zona.
Paolo, impegnato in prima persona nell'iniziativa, aveva dedicato gran parte della giornata del 2 febbraio ad affiggere manifesti che la rendevano pubblica. Dopo una breve interruzione, l'affissione riprese alle 22.00. Durante il percorso non ci furono incidenti, anche se Paolo e la militante che lo accompagnava notarono alcune presenze sospette.
Verso le 24.45 Paolo si accingeva ad affiggere manifesti su un cartellone, situato su uno spartitraffico di Piazza Gondar, di fronte alla fermata Atac del 38. Qui sostavano due ragazzi, apparentemente in attesa dell'autobus (N.B. in Viale Libia, non esistendo una linea notturna, dopo le 24.00 non passavano autobus). Non appena Paolo voltò loro le spalle per mettere la colla, si diressero di corsa verso di lui.
Uno di loro lo colpì alla testa. Poi sempre di corsa, fuggirono per Via Lago Tana.
Paolo, ancora stordito per il colpo, si diresse alla macchina, da dove la ragazza che lo accompagnava aveva assistito impotente a tutta la scena. Dopo essersi sciacquato ad una fontanella la ferita, ancora abbondantemente sanguinante, Paolo riportò in sede i manifesti e il secchio di colla.
Verso l'1.30, rientrò a casa. I genitori lo sentirono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi. Lo soccorsero chiamando un'ambulanza, che però arrivò quando ormai Paolo era già in coma. Solo nella tarda mattinata del giorno dopo, il 3 febbraio (tardi, maledettamente tardi per le sue condizioni), Paolo venne operato, e gli vennero asportati due ematomi e un tratto di cranio frantumato.

Le indagini...

Le prime indagini furono condotte con estrema superficialità dal dirigente della Digos romana incaricato del caso, il dott. Marchionne.
Non ci furono infatti né perquisizioni né fermi di polizia per gli esponenti dell'Aut.Op. del quartiere Africano. La ragazza che era con Paolo, unica testimone dell'agguato, venne interrogata dagli inquirenti che, più che all'accertamento dei fatti, sembravano interessati alla struttura organizzativa del Fronte della Gioventù e ai nomi dei suoi dirigenti. Tutto per dar corpo, come avvenne nel '79 per l'omicidio di Francesco Cecchin, all'ignobile storiella della "faida interna".
L'istruttoria sembrò avere una solerte ripresa quando al capezzale di Paolo arrivò anche l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Passato però il momento di risonanza dovuto a questo gesto, tutto sembrò tornare ad essere chiuso in un cassetto.
La sera del 9 febbraio, dopo 7 giorni di coma, la solitaria lotta di Paolo contro la morte giunge al termine: si spegne alle 20.05.
Ai militanti del Fronte della Gioventù che in tutti quei giorni si erano stretti intorno ad una speranza disperata, vegliando al suo capezzale, quasi a voler proteggere Paolo e difenderlo come non erano riusciti a fare quando era vivo, non restò che vegliare il suo corpo. Seguirono giorni di forte tensione: lo striscione commemorativo affisso a Piazza Gondar venne strappato e deturpato più volte; sui muri comparvero scritte inneggianti all'assassinio di Paolo. Il tutto condito da discorsi e commenti disinvolti e gratuiti trasmessi da radio onda rossa.
Dopo il 9 febbraio, finalmente, gli inquirenti si decisero, almeno apparentemente, a dare concretezza alle indagini. Vennero allora fatte alcune perquisizioni nelle case dei più noti esponenti dei Collettivi autonomi di Valmelaina e dell'Africano.
Uno dei massimi sospettati era Corrado Quarra, individuato perché non nuovo ad aggressioni a ragazzi di destra e molto somigliante all'identikit fornito dalla testimone.
Dopo aver tentato varie volte di sottrarsi all'incontro con i magistrati, comportamento che non fece altro che confermare i sospetti su di lui, venne emanato a suo carico un ordine di arresto per concorso in omicidio volontario, eseguito per caso la notte del 1 agosto '83. In un confronto all'americana Daniela, la ragazza che era con Paolo quella notte, lo riconobbe come colui che materialmente colpì Paolo. In conseguenza dell'avvenuto riconoscimento il fermo di polizia a suo carico divenne ordine di cattura per concorso in omicidio volontario aggravato da futili motivi.
Visti i risultati, si era quasi sicuri ormai di poter arrivare allo svolgimento del processo e all'individuazione anche del secondo aggressore.
Dopo 3 mesi di silenzio, il 3 novembre la testimone venne convocata per il secondo riconoscimento. Concentrandosi sulle caratteristiche somatiche della persona che accompagnava lo sprangatore, Daniela indicò il secondo presunto aggressore.
A questo punto si rivelò il tranello in cui era caduta: il giovane da lei riconosciuto non era l'indiziato (Luca Baldassarre anche lui autonomo dell'Africano) ma un amico da lui appositamente scelto per via della grande somiglianza. Il giudice istruttore dr. Calabria, che peraltro aveva un figlio simpatizzante degli ambienti dell'autonomia dell'Africano, disse allora beffardamente alla ragazza che, se aveva sbagliato il secondo riconoscimento poteva aver sbagliato anche il primo. Discorso preparatorio finalizzato a facilitare la scarcerazione di Quarra, che avvenne, con proscioglimento da tutte le accuse, il 28/12/1983. Questo avvenimento, che segnò la fine delle indagini sull'omicidio di Paolo, passò sotto silenzio. Se ne avrà infatti notizia solo il 30/05/1984, grazie ad un comunicato stampa del Fronte della Gioventù.

"Nella società vige lo scambio,
nella Comunità il dono".

PAOLO E' VIVO ! ! !