L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine nello spirito: soltanto qui è la chiave di tutto. (Goethe)
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martedì 20 marzo 2012

Anche il kapò Schulz ammette la truffa dell’euro

da il Il Rapporto Aureo 
~ la giusta proporzione tra la misura del valore e il valore della misura
di Francesco Filini
Ebbene sì, anche l’alto rappresentante dell’eurocrazia Martin Schulz ha ammesso pubblicamente che le modalità con cui viene emessa la moneta europea da parte della BCE rappresenta la più grande truffa degli ultimi secoli.
E’ accaduto lo scorso 24 Febbraio durante l’incontro organizzato dal Forum Nazionale Giovani con il Presidente del Parlamento Europeo: un momento di confronto sui temi più svariati tra la nuova generazione italiana e l’alto rappresentate UE. Numerose le domande rivolte all’esponente della socialdemocrazia tedesca, tutte incentrate sul futuro dei giovani. Sono state evidenziate problematiche urgenti come le enormi difficoltà per l’accesso al credito, la disoccupazione giovanile e la scarsa attenzione rivolta dalla vecchia generazione nei confronti della nuova. Ma a movimentare la giornata ci ha pensato un giovane palermitano, Cristian Alicata, esponente romano di Azione Universitaria che ha chiesto al “Kapò” Schulz se non fosse da considerare la truffa più grande degli ultimi secoli il fatto che la BCE emetta denaro dal nulla prestandolo alle banche

commerciali all’1% e che queste poi possano o meno acquistare i titoli del debito degli stati europei a tassi che oscillano tra il 4 e il 7%. Incredibilmente, Schulz ha pubblicamente affermato di essere d’accordo con il giovane Alicata. Il Presidente del Parlamento Europeo ha inoltre sottolineato come la BCE sia la copia della Bundesbank, la Banca Centrale Tedesca nata alla fine della seconda guerra mondiale sulle ceneri della nazionalizzata Deutsche Reichsbank. Secondo Schulz, la banca che coniava il Marco ha imposto le regole dell’euro a tutti gli stati dell’eurozona e l’indipendenza della BCE è garantita dalla Germania stessa che non consentirebbe un cambio delle regole; anche se, sempre secondo Schulz, il fatto che la Banca Centrale Europea non possa intervenire direttamente sulla politica monetaria degli stati (come accade in ogni parte del mondo, ad es. negli USA la FED emette il dollaro direttamente al tesoro, così come fa la Bank of England con la sterlina) è un controsenso.

venerdì 1 aprile 2011

I disordini arabi tengono la Cina sulle spine

di Francesco Sisci

RUBRICA SINICA. Il disastro nucleare giapponese, l'intervento occidentale in Libia e la rivolta in Siria gettano benzina sul fuoco dell'incubo più grande di Pechino: l'inflazione alimentare e petrolifera.

(carta di Laura Canali tratta da Limes 4/2008 "Il marchio giallo" - clicca sulla carta per legenda e possibilità di ingrandire)

PECHINO - Lo scorso sabato 26 marzo alcune manifestazioni antigovernative hanno ingolfato diverse città della Siria, un paese mediorientale retto da una vecchia dittatura che sostiene i fondamentalisti islamici che periodicamente attaccano Israele dal Libano meridionale.
Il presidente siriano, l'oftalmologo quarantacinquenne Bashar al Assad, che ha ereditato la posizione dal padre Hafez al Assad, ha presumibilmente ordinato alle truppe di aprire il fuoco contro i manifestanti.
Durante il weekend, i media internazionali hanno parlato di decine di morti e si è andata sviluppando la possibilità di un cambiamento di regime o di un intervento occidentale a supporto dei manifestanti antigovernativi.
Una settimana prima, una coalizione di forze statunitensi, francesi, britanniche e italiane è intervenuta in Libia contro Muammar Gheddafi in sostegno dei ribelli che stavano perdendo la guerra. Se, nei prossimi giorni, i manifestanti siriani perderanno nei combattimenti contro Assad, gli Stati Uniti rimarranno in disparte e seguiranno freddamente le azioni repressive?

lunedì 14 marzo 2011

Sarkozy mira ai pozzi libici.

di Mario Sechi da il Tempo.it del 11/03/2011

La Francia ha capito che il post-Gheddafi va gestito in attacco e non in difesa. Ieri fonti dell’Eliseo lasciavano trapelare che Parigi sosterrà il bombardamento di obiettivi libici, mentre gli insorti dell’est sono già stati riconosciuti come un’autorità legittima con cui trattare.

L’Italia è il Paese che ha gli interessi più cospicui in Libia. Come li stiamo difendendo? È una domanda alla quale da qualche settimana le azioni di maggioranza e opposizione suggeriscono una sola risposta: male. Il governo finora si è accodato alle decisioni delle più varie istituzioni. Di volta in volta ha detto di essere d’accordo con Onu, Ue, Nato, Lega Araba e Unione Africana. Manca solo il circolo degli scacchi e la lega del Subbuteo. Ma qual è la nostra posizione, la linea dell’Italia sulla crisi libica? Non pervenuta. Lo stesso Berlusconi - abilissimo manovratore in politica estera - stavolta sembra aver perso la bussola. Spettacolo imbarazzante offre il centrosinistra dove Gheddafi è riuscito a dividere un wilsoniano Veltroni da un Pd in cerca d’autore, mentre i compagni de il Manifesto in nome del Colonnello si sono scissi un’altra volta. Già così la situazione è pessima, ma se osserviamo cosa stanno combinando i nostri cugini francesi e i soliti inglesi, allora la faccenda appare serissima. Nicolas Sarkozy ha capito che il post-Gheddafi va gestito in attacco e non in difesa. Ieri fonti dell’Eliseo lasciavano trapelare che Parigi sosterrà il bombardamento di obiettivi libici, mentre gli insorti dell’est con un colpaccio diplomatico a sorpresa sono già stati riconosciuti come un’autorità legittima con cui trattare per l’oggi e soprattutto il domani. Uno-due.
Il tricolore francese sventola a Bengasi. David Cameron a Londra non ha perso tempo: ha inviato squadre speciali di militari nel deserto, è pronto a far volare i caccia Typhoon per attuare la futura no fly-zone e non si tirerà indietro di fronte a un’operazione militare mare-terra-aria. Tre-quattro. La Union Jack è in marcia su Tripoli. Parigi e Londra sono uscite con energia allo scoperto, hanno un’idea forte e non temono di esporla di fronte all’opinione pubblica e di creare un dibattito anche aspro, se volete, ma almeno concentrato su un tema di fondo della politica per i prossimi decenni. L’Italia invece sembra impegnata in un’operazione di polizia interna e cooperazione che ha poco a che fare con una potenza del G7 e molto invece con una Ong. La missione umanitaria in Tunisia è utile, certo, ma anche questa è una giocata di rimessa e in ogni caso del tutto insufficiente rispetto al nostro interesse concreto sul campo da gioco libico e al non trascurabile fatto che la partita è in corso nel Mare Nostrum.

domenica 13 marzo 2011

La situazione in Libia, 11 marzo

da Limes.it
carta di Laura Canali
Una carta per inquadrare gli scontri in atto, le aree sotto il controllo di Gheddafi e quelle in mano ai ribelli.


(clicca sulla carta per ingrandire)

Le pedine rosse sono le città sotto il controllo di Gheddafi, quelle verdi sono quelle sotto il controllo dei ribelli. In giallo gli scontri in atto, in blu le località strategiche. Le due frecce mostrano la dinamica del conflitto e l'evolversi delle manovre di offensiva e controffensiva.

Oltre che a Misurata, sono in corso combattimenti anche per il controllo di Ras Lanuf, porto petrolifero del golfo della Sirte che le forze di Gheddafi stanno tentando di strappare ai ribelli.

Non ci sono pompieri per l’incendio mediorientale

da Limes.it 

di Amber Wellard e Rodolfo Visser

Non solo Libia: sono in rivolta anche paesi chiave come Algeria, Bahrein e Iran. La democrazia più che semplificare la situazione farà esplodere quelle tensioni che sono state compresse da decenni di dittatura. E saranno guai anche per noi.


carta di Laura Canali - (clicca sulla carta per andare all'originale con possibilità di ingrandire)

La “guerra del pane” non è nuova: dalle famose brioche di Maria Antonietta al 7 maggio 1898, quando i milanesi affamati scesero in piazza, cambiano i contesti ma non la sostanza. In Francia la rivoluzione travolse il regno, poi generò un imperatore, a Milano le truppe del generale Bava Beccaris spararono ad altezza uomo per sedare i tumulti uccidendo ottanta manifestanti, ma non c’era un colpevole tiranno da abbattere, si trattava di profondo dissesto economico della neonata nazione.
Non stupisce che sotto la spinta magrebina Nord Africa e Grande Medio Oriente presentino il conto a re, raìs e dittatori travolti, prima di tutto, da smisurata, dirompente e disumana avidità. Potevano “accontentarsi” di molto meno, ma l’avidità non perdona, ottenebra le menti, rende ciechi e sordi, quindi improvvidi. Quello che è stato sottratto ai popoli viene ora sequestrato dal mondo civile. Una versione moderna del contrappasso dantesco.
Sorprende invece constatare che il mondo occidentale pensi: instauriamo regimi democratici e tutto è finito. Scoperchiata la pentola, componenti ideologiche e religiose visibili e latenti non si placheranno in breve grazie a democratiche elezioni. Tutt’altro: un uomo, un voto farà emergere tutte le tensioni delle differenze ideologiche a lungo crudelmente compresse.
Un grande pericolo di sottovalutazione incombe. Anche ipotizzando che qualche oscuro disegno abbia acceso la miccia il controllo è perduto, non ci sono pompieri. L’incendio è iniziato e proseguirà ferocemente fino alla fine.

lunedì 31 maggio 2010

Gaza, Israele spara alla nave di pacifisti, è scontro a fuoco: almeno 19 le vittime

Tragico attacco della marina israeliana nelle acque di Gaza. Tre unità militari hanno intercettato un'imbarcazione turca della "Freedom Flotilla", la missione internazionale partita ieri da Cipro con a bordo 700 pacifisti e 10.000 tonnellate di aiuti umanitari per i palestinesi di Gaza: si temono oltre una decina di morti e una trentina di feriti


Finisce nel sangue l'assalto israeliano contro una flottiglia di navi appartenenti a organizzazioni non governative in rotta verso Gaza nel tentativo di forzare il blocco imposto da Tel Aviv nella zona. Il bilancio è ancora incerto, ma una tv israeliana ha riferito di 19 attivisti morti e 26 feriti. Feriti anche cinque militari israeliani. Secondo le prime ricostruzioni, le forze armate di Tel Aviv avrebbero cercato di prendere il controllo delle navi, ma l'assalto è finito nel peggiore dei modi. Il comandante della marina militare israeliana, ammiraglio Eliezer Marom, ha affermato che gli scontri mortali si sono verificati solo su una delle sei navi, la Marmara, battente bandiera turca. Su tutte le altre imbarcazioni, ha detto, l'operazione si è svolta senza incontrare resistenza violenta da parte dei passeggeri e perciò senza vittime. Il ministero dei Trasporti turco denuncia però che la flottiglia è stata illegalmente intercettata in acque internazionali, a circa 70 miglia nautiche (130 km) dalla terraferma. Fra gli attivisti a bordo delle navi c'erano anche quattro italiani: la Farnesina afferma che nessuno di loro è stato coinvolto nella sparatoria. Il blitz israeliano ha ovviamente provocato una serie di reazioni e polemiche internazionale: l'Unione europea ha chiesto immediatamente l'apertura di un'inchiesta.

martedì 6 gennaio 2009

Perché la guerra di Gaza è una tragedia domestica

di Lucio Caracciolo
(da Limes)
La questione demografica. L'assenza di un campo palestinese unitario. La Palestina non è più una priorità. Per Israele è una questione interna. Le mini-galassie palestinesi. Tutti troppo deboli per accettare un compromesso.
(articolo pubblicato su La Repubblica il 5/1/09)

Ci sono problemi che si possono risolvere e problemi insolubili. Da tempo gli apparati di sicurezza israeliani, più influenti dei governi anche perché più stabili, hanno deciso che la questione palestinese appartiene alla seconda categoria. Non ha soluzione. Quindi a rigore non è un problema. È una crisi permanente da gestire perché non diventi troppo acuta. Talvolta con terapie d´urto, come oggi a Gaza.

Per capire la guerra in corso, conviene inquadrarla sullo sfondo dell´opzione strategica perseguita da Israele a partire dal fallimento del vertice di Camp David e dei colloqui di Taba sullo "status finale", nel 2000-2001. Da allora, l´establishment di sicurezza israeliano, appoggiato dalla Casa Bianca, ha affrontato il problema/non problema palestinese a partire da tre postulati.

Primo: nel giro di pochi anni fra Mediterraneo e Giordano gli arabi saranno maggioranza. Ciò minaccia il carattere ebraico dello Stato di Israele, che non è negoziabile. Dunque o creiamo uno staterello palestinese a fianco del nostro, incapace di minacciarci, oppure dobbiamo tenere i palestinesi sotto controllo con la forza. E possibilmente divisi. La prima ipotesi resta il mantra della diplomazia ufficiale, la seconda corrisponde alle iniziative sul terreno, dall´espansione degli insediamenti alla caccia al terrorista nelle strade di Gaza City.

Di fatto, come oltre quattro anni fa spiegava il braccio destro di Sharon, Dov Weisglass, «l´intero pacchetto chiamato Stato palestinese, con tutte le sue implicazioni, è stato rimosso dall´agenda a tempo indeterminato». Olmert non ha deviato dall´approccio del suo predecessore. La conferenza di Annapolis è stata una mascherata, cui ha partecipato più o meno consapevolmente lo stesso Abu Mazen, simbolo dell´impotenza palestinese.

Secondo: non esiste un campo palestinese unitario, né Israele ha interesse a che si formi, nella prospettiva demografica sopra evocata. Coerentemente, negli ultimi anni i governi israeliani hanno prima trattato Arafat come un leader inaffidabile, poi concesso una patente di affidabilità al suo pallido successore, sapendo che comunque Abu Mazen non dispone dell´autorità sufficiente a riunire i palestinesi. Quanto a Hamas, è solo una banda di terroristi che vogliono distruggere Israele. Risultato: anche se volesse promuovere uno Stato palestinese, lo Stato ebraico non potrebbe. Perché la fazione palestinese disponibile a battezzarne uno purchessia è troppo debole per controllarlo, mentre l´altra vorrebbe un solo Stato, ma arabo e non ebraico.

Terzo: in ogni caso i palestinesi non sono una priorità. Per il resto del mondo (arabi e islamici compresi), ma soprattutto per Israele. Non è certo Hamas che può distruggere lo Stato ebraico. La minaccia strategica è l´Iran. Non solo in quanto deciso a dotarsi di un arsenale atomico capace di rivaleggiare con quello (mai dichiarato) di Gerusalemme, ma anche in quanto potenza nemica capace di utilizzare i terroristi arabi e islamici per tenere Israele sotto schiaffo. Hizbullah, ma anche Hamas. Sicché oggi la battaglia di Gaza è sotto questo profilo uno scontro indiretto fra Gerusalemme e Teheran.

Si può respingere in tutto o in parte tale analisi. Ma possiede una sua logica. I palestinesi non hanno saputo opporvi una visione coerente e unitaria. Giacché ormai le loro organizzazioni principali, Hamas inclusa, sono delle mini-galassie in cui interessi particolari (spesso criminali), piccoli clan e bande di disperati si contendono le scarse risorse disponibili. Strette nella morsa israeliana. Mentre attori esterni, arabi (sauditi in testa) e islamici (vedi Teheran) usano i palestinesi per fini propri, spesso contrastanti.

La deriva dal nazionalismo all´islamismo che segna l´ultima fase di Arafat e l´ascesa di Hamas esprime la crisi dell´identità palestinese così come era stata reinventata dall´Olp a partire dagli anni Sessanta. E rafforza a Gerusalemme coloro che considerano vano inventare una nazione che non c´è. Figuriamoci affidarle uno Stato. Nessuno sembra in grado di riunificare le fazioni e i territori palestinesi. Né pare che la progressione dei coloni ebraici in Cisgiordania - che ruota sull´asse Gerusalemme-Ma´ale Adumim, destinato a bisecare i "bantustan" residui - possa essere arrestata.

Vista da Israele la guerra di Gaza non è dunque una crisi internazionale ma una partita domestica. Nel breve, per l´ovvio tentativo di Kadima e dei laburisti di sottrarre voti alla destra di Netanyahu alle elezioni del 10 febbraio. In prospettiva, per riaffermare che la questione palestinese appartiene alla sfera della sicurezza interna e basta. In questo senso Piombo Fuso è più un´operazione di polizia con mezzi militari che una vera e propria guerra.

Non a caso gli israeliani osservano con preoccupazione le
reazioni dei "loro" palestinesi, ossia degli arabi che abitano nello spazio dello Stato ebraico, pur non essendovi davvero integrati. I quali peraltro restano allo stesso tempo refrattari a soggiacere a un´autorità palestinese, viste le performance di Fatah a Ramallah e di Hamas a Gaza. Per Gerusalemme, la saldatura fra le proteste nelle sacche arabe di Israele e quelle nei Territori va evitata ad ogni costo.

Anche fra i palestinesi la battaglia di Gaza ha connotati interni. Hamas provoca gli israeliani non perché pensi di batterli, ma per consolidare la sua fama di unica struttura combattente della resistenza palestinese, inconciliabile con il "Quisling" Abu Mazen. Il quale tifa nemmeno troppo segretamente per Israele, dato che da solo non potrebbe mai sbarazzarsi di Hamas (ma è piuttosto ottimistico pensare che ci riesca Olmert). Solo una prolungata guerra di logoramento a Gaza può riavvicinare, almeno provvisoriamente, le fazioni palestinesi in lotta. In nome dell´odio per gli israeliani.

La tragedia è che nessuna delle parti in causa, nemmeno la più potente (Israele), può raggiungere i suoi obiettivi strategici. E nessuna è abbastanza forte e sicura di sé per accettare un compromesso con le altre. La guerra continua. E non finirà con la fine di Piombo Fuso.

domenica 20 gennaio 2008

La Cina e l’uso militare dello spazio

2 puntata : La Cina
La Cina è diventata una potenza militare nello spazio l’11 gennaio 2007, quando Pechino ha effettuato con successo un test che prevedeva la distruzione di un proprio satellite in disuso nello spazio. Pechino non aveva annunciato il test e anzi ha confermato la notizia solo il 23 gennaio successivo. Un missile balistico cinese lanciato dalla base di Xichang nella Cina sudorientale ha portato nello spazio un proiettile che ha colpito e distrutto un vecchio satellite metereologico cinese.
Fin dalla guerra fredda Stati Uniti e Unione Sovietica/Russia hanno portato avanti programmi di sviluppo di armi antisatellite, ma finora l’unico test portato a termine con successo – di cui si ha notizia certa – è stato quello compiuto dagli Usa nel 1985, quando un missile lanciato da un cacciabombardiere F-15 portò in orbita un veicolo che colpì e distrusse il satellite americano Solwind. Le armi antisatellite sono un elemento chiave nella competizione militare spaziale, l'ultima frontiera dei conflitti di potenza tra Stati. I paesi più avanzati sono sempre più dipendenti dai satelliti, strumenti insostituibili nel campo della comunicazione, della navigazione e dell’osservazione e ormai fondamentali in campo politico, militare ed economico.
La Cina è una potenza dello spazio dal 2003 quando è riuscita a portare con mezzi propri il primo cinese nello spazio con la missione Shenzou 5 e ha annunciato di voler inviare prima una sonda e poi un veicolo robotizzato sulla Luna nei prossimi anni. Pechino hanno sempre dichiarato di voler perseguire scopi pacifici nella propria corsa allo spazio. Ma fino agli anni Novanta il programma spaziale cinese era gestito dalle forze armate e anche successivamente è stato gestito da organizzazioni statali collegate al complesso industriale militare.
In realtà è sempre molto difficile distinguere tra attività spaziali a scopo pacifico o militare. Fin dal lancio dello Sputnik nel 1957 la corsa alla spazio ha avuto due facce, quella dell'esplorazione e della ricerca scientifica e quella militare. Oggi questa caratteristica è sintetizzata dal concetto del Dual Use, che caratterizza oggi buona parte delle attività spaziali, e cioè la possibilità di utilizzare la stessa tecnologia, lo stesso mezzo spaziale sia per scopi militari che di ricerca o commerciali.
Questo fenomeno è ancora più amplificato oggi con le trasformazioni militari legate all’information warfare e con l'evoluzione del concetto stesso di sicurezza.
Aldilà dei più tradizionali utilizzi come missili, armi collocate nello spazio sia contro altri mezzi spaziali (satelliti) o obiettivi terrestri, anche tutte le informazioni ottenibili attraverso lo spazio diventano elementi di rilevanza militare. La stessa osservazione della terra può essere utilizzata a scopo scientifico: per la gestione del traffico delle città, per il controllo di rotte e di traffici di vari mezzi, navali in primo luogo, per l’identificazione e la gestione di crisi ambientali; ma anche per la gestione di operazioni militari, fino al coordinamento dei singoli mezzi militari sul campo come prospettato dalle innovazioni americane nel settore. Per non parlare poi delle enormi possibilità di applicazioni nel campo dell'intelligence.
Anche le organizzazioni comuni europee - l'Agenzia Spaziale Europea e l'Unione Europea - che sono state quelle che hanno maggiormente perseguito obiettivi esclusivamente pacifici nelle attività spaziali, stanno cambiando attitudini e obiettivi, caratterizzando i loro progetti in maniera più strategica pur rimanendo nell'ambiguità del Dual Use. Negli Stati Uniti (e in Urss/Russia) l'obiettivo principale è sempre stato quello strategico-militare. Negli Usa è più facile distinguere il tipo di attività a seconda dell'ente responsabile, la Nasa o il Pentagono. Quest'ultimo però sta diventando sempre più il soggetto principale dei programmi spaziali americani.
Tra gli investimenti statunitensi e quelli cinesi c'è un abisso. La proporzione è tra quattro e otto volte a vantaggio di Washington. Non c'è un dato chiaro perché è difficile quantificare gli investimenti di Pechino. In campo spaziale però la ricchezza non è tutto. Nonostante i grandi successi ottenuti la tecnologia spaziale è ancora in una fase pioneristica. Basta una mossa azzeccata e un programma di successo per modificare gli equilibri indipendentemente dai soldi investiti. La Cina ha il vantaggio di essere arrivata dopo e di poter concentrare gli sforzi in settori chiave.
In particolare in campo militare già ragiona in termini molto avanzati secondo una visione innovativa della guerra moderna non legata agli schemi della guerra fredda o della guerra tradizionale di tipo industriale.
Ad esempio Pechino ha un importante e avanzato programma di costruzione e lancio di nano satelliti, sotto i cento chilogrammi di peso. Le organizzazioni e le aziende occidentali hanno investito anni e miliardi nella realizzazione di satelliti sempre più grandi e pesanti e conseguentemente su vettori sempre più grandi e potenti (e costosi) per poterli lanciare nello spazio, quando poi si è scoperto che la nuova tendenza era quella di realizzare satelliti sempre più piccoli da lanciare con vettori meno potenti e costosi.
Il 18 aprile 2004 la Cina ha lanciato nello spazio il suo primo nano-satellite, il Naxing 1, che non è solo un successo importante dal punto di vista tecnologico e industriale. I nano satelliti hanno il vantaggio di essere più difficilmente individuabili e quindi possono essere colpiti meno facilmente dalle nuove armi antisatellite. Sono quindi molto importanti da un punto di vista militare.
Ormai è partita una nuova corsa allo spazio, come nella guerra fredda. Dopo l'ingresso di Pechino nel club delle potenze in grado di inviare uomini nello spazio con mezzi propri (accanto a Usa e Russia), gli Stati Uniti hanno risposto il 14 gennaio 2004 con l'annuncio da parte del presidente Bush di un nuovo ambizioso programma spaziale -dopo la crisi del programma Shuttle - e che prevede il ritorno sulla Luna e la preparazione di una missione umana verso Marte. Nel 2006 la nuova National Space Policy americana ha posto l’obiettivo di rafforzare la leadership della nazione nello spazio, di disporre dei mezzi per raggiungere gli obiettivi di sicurezza nazionale e di politica estera e di difendere gli interessi americani. L’amministrazione statunitense si è riservata la più ampia libertà di azione in questo campo, rifiutando accordi che possano limitare la flessibilità dell’azione americana e affermando il diritto a negare l’accesso allo spazio a eventuali soggetti ostili agli interessi americani.
Il paradosso è che la Cina deve molto a Washington in campo spaziale. Lo scienziato Tsien Hsue-shen, il padre del programma spaziale cinese, viveva e lavorava negli Stati Uniti dove si era trasferito negli anni Trenta e dove aveva collaborato ai grandi progressi americani in campo missilistico a partire dalla seconda guerra mondiale. Accusato di essere comunista negli anni Cinquanta e in pratica cacciato dagli Usa, tornò in Cina nel 1955 dove diventò il capo del programma missilistico cinese e il mentore di una intera generazione di scienziati cinesi..

Da
Limes (Rivista italiana di Geopolitica)

mercoledì 12 dicembre 2007

Liquidare l’Iran e salutare il Medio Oriente

da oggi Il Siculo si arricchisce di una nuova rubrica di politica internazionale, verranno analizzati i più importanti fatti europei ed extraeuropei, con il contributo teorico della rivista di geopolitica LIMES.

1 Puntata:
L'IRAN

L’Iran è ormai nel mirino di Bush. Nessuna decisione finale è stata presa alla Casa Bianca, ma il cerchio intorno a Teheran si sta stringendo. I piani d’attacco contro i siti nucleari, ma anche contro le infrastrutture militari (e non solo) del paese sono pronti e vengono continuamente aggiornati. Se il presidente darà luce verde, aerei, navi e missili americani, con l’accompagnamento di azioni più o meno coperte di commandos, scateneranno l’inferno.


Obiettivo massimo (quasi impossibile): un colpo di Stato che porti al potere una presunta fazione amica degli Usa; obiettivo minimo (più che possibile): liquidare per il tempo prevedibile la potenza iraniana e forse l’Iran in quanto Stato, eccitando i separatismi etnici, in particolare quelli curdo, baluci e arabo. Insomma, l’Iran verrebbe degradato da potenza regionale a failed State in qualche settimana di bombardamenti. Il tutto prima di marzo, quando nelle elezioni iraniane “rischiano” di prevalere gli avversari di Ahmadinejad, più o meno “centristi” e moderati: a quel punto qualsiasi attacco sarebbe difficilmente presentabile all’opinione pubblica americana e mondiale.

La guerra – non i semplici strike – è l’opzione di Cheney, contrastata da quasi tutto il Dipartimento di Stato e da parte del Pentagono. Il recente riferimento di Bush alla “terza guerra mondiale” come conseguenza della produzione di una bomba atomica persiana può essere inteso come il segno di un’escalation propagandistica che prepari il suo pubblico alla guerra, ma anche come una pressione sugli alleati europei affinché accettino un nuovo round di sanzioni contro Teheran, fuori dal Consiglio di Sicurezza, dove il veto russo è certo.

I sostenitori americani della guerra spiegano che in questo confronto gli Stati Uniti hanno messo in gioco tutto il loro residuo prestigio. Dopo aver detto e ripetuto che non tollereranno mai un Iran atomico, non possono permettersi di essere smentiti. Altri sostengono che c’è di più: da troppo tempo l’America è concentrata sul Medio Oriente, contro il “terrorismo islamico” e i suoi protettori. Un nemico non strategico.
Non è possibile occuparsene ancora a lungo, mentre la Russia rialza la testa e la Cina si convince di essere destinata al rango di superpotenza del XXI secolo. Le due scuole di pensiero non si escludono, anzi convivono nell’idea di dover comunque chiudere la partita iraniana e quindi mediorientale. E di dover riaffermare, con uno straordinario show di potenza militare, la primazia degli Stati Uniti nel mondo.

Così inteso, il possibile attacco all’Iran è il colpo di coda, probabilmente tardivo, dei teorici del “momento unipolare”, ossia di chi crede che dopo la fine della guerra fredda gli Usa siano abilitati a dettare la loro agenda al mondo. Che i fatti abbiano smentito questa ambizione, poco importa a chi è sinceramente pervaso dalla fede nella missione americana e nella necessità di svolgerla, se necessario, senza o contro il resto del mondo.

In Iran, dopo un lungo periodo di indifferenza o di incredulità, le diverse leadership del paese, sia la clericale che la militare (sempre più potente), stanno adattandosi all’idea che l’attacco ci sarà. Chi si attiva per scongiurarlo – in particolare i pragmatici attorno a Rafsanjani, alleati con ciò che residua del riformismo khatamiano – chi invece lo auspica: Ahmadinejad e la sua cerchia di fedelissimi, sinceramente messianici nella loro visione del mondo. La guerra infatti rafforzerebbe il presidente e costringerebbe i suoi oppositori (ve ne sono molti persino fra i pasdaran) a serrare le fila per il supremo bene della patria. Sempre che l’attacco si esaurisse presto e quindi non devastasse completamente il paese (come invece vorrebbe Cheney).

In questa partita, come al solito, gli europei contano poco o nulla. Il fatto che la Francia, portatrice di un’idea sacrale del Consiglio di Sicurezza in quanto membro permanente con diritto di veto, prema per sanzioni anche esterne all’Onu, significa che Sarkozy si è convinto, dopo la vacanza americana, che un attacco Usa all’Iran sia inevitabile. Le nuove sanzioni probabilmente non serviranno, e a quel punto la scelta finale passerà nelle mani di Bush. Non è scontato che sia la guerra, ma intanto tutti si preparano al peggio, anche chi spera sia ancora possibile evitarlo