L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine nello spirito: soltanto qui è la chiave di tutto. (Goethe)
Visualizzazione post con etichetta Anniversari. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Anniversari. Mostra tutti i post

mercoledì 8 febbraio 2012

PAOLO DI NELLA 09/02/1983 - 09/02/2012

"Noi non siamo uomini d'oggi, siamo nati in un tempo sbagliato. Ma siamo nati per davvero."

Paolo amava il suo quartiere, e proprio in nome di questo amore aveva programmato una battaglia per l'esproprio di Villa Chigi, che voleva far destinare a centro sociale e culturale. Per far partecipare gli abitanti del quartiere a questa battaglia sociale, il 3 febbraio sarebbe dovuta cominciare una raccolta di firme. Paolo, impegnato in prima persona nell'iniziativa, aveva dedicato gran parte della giornata del 2 ad affiggere manifesti che la rendevano pubblica. Dopo una breve interruzione, l'affissione riprese alle 22. Durante il percorso non ci furono incidenti, anche se Paolo e la giovane militante che lo accompagnava, notarono alcune presenze sospette. Verso le 0.45 Paolo si accingeva ad affiggere manifesti su un cartellone situato su uno spartitraffico di piazza Gondar. Qui sostavano due ragazzi che, appena Paolo voltò loro le spalle per mettere la colla, si diressero di corsa verso di lui. Uno di loro lo colpì alla testa. Poi, sempre di corsa, fuggirono per via Lagotana. Paolo, ancora stordito per il colpo, si diresse alla macchina, da dove la ragazza che lo accompagnava aveva assistito impotente alla scena.Dopo essersi sciacquato ad una fontanella la ferita ancora sanguinante, Paolo riportò in sede i manifesti e il secchio di colla. Verso l'1.30, rientrò a casa. I genitori lo sentirono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi. Lo soccorsero chiamando un'ambulanza, che però arrivò quando ormai Paolo era già in coma. Solo nella tarda mattinata del giorno dopo, il 3 febbraio, Paolo venne operato, e gli vennero asportati due ematomi e un tratto di cranio frantumato. Le prime indagini furono condotte con estrema superficialità dal dirigente della Digos romana incaricato del caso, il dottor Marchionne. Non ci furono infatti né perquisizioni, né fermi di polizia tra gli esponenti dell'Autonomia Operaia del quartiere Africano. La ragazza che era con Paolo, unica testimone dell'agguato, venne interrogata dagli inquirenti che, più che all'accertamento dei fatti, sembravano interessati alla struttura organizzativa del Fronte della gioventù e ai nomi dei suoi dirigenti, magari per dar corpo all'ignobile storiella della "faida interna". L'istruttoria sembrò avere una solerte ripresa quando al capezzale di Paolo arrivò anche l'allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Passato però il momento di risonanza dovuto a questo gesto, tutto tornò ad essere chiuso in un cassetto. La sera del 9 febbraio, alle 20,05, dopo sette giorni di coma, la solitaria lotta di Paolo contro la morte giunse a termine.

sabato 12 marzo 2011

In Ricordo di Angelo Mancia - Caduto per l'Italia

Marzo 1980
Il mese di marzo del 1980 rimane una tappa indiscutibilmente tragica nella triste storia del terrorismo rosso a danno del mondo anticomunista, di quel nostro mondo così fiero da restare in piedi di fronte ai drammi più immani. Quando il 7 di quel mese ignoti avevano cercato la strage nella tipografia del "Secolo d'Italia", facendo esplodere due bombe, si credette che l'apice della violenza sanguinaria e barbara, posta in essere dal marxismo, fosse stato ormai raggiunto. Non era purtroppo così.Infatti domenica 10 marzo gli assassini rossi, non riusciti nel loro intento omicida al "Secolo" ci riprovavano, ritentavano la strage. Volevano uccidere i militanti del Fronte della Gioventù di via Sommacampagna, sede provinciale dell'organizzazione giovanile. La fortuna volle che un giovane entrato in uno sgabuzzino per prendere un pennello, vide una borsa sospetta. Avvisato il locale comando dei carabinieri; l'artificiere, una volta tanto prontamente arrivato, disinnescò l'ordigno contenuto nella borsa alle 11:28, appena due minuti di ritardo e sarebbe esploso, con chissà quali conseguenze. Ancora una volta non erano riusciti ad uccidere.I compagni organizzati in "volante rossa", questo l'appellativo che si erano dati i protagonisti dell'attentato al "Secolo d'Italia", firmavano anche questa volta la tentata strage, il loro disegno criminoso, andato in fumo grazie alla prontezza di uno dei giovani militanti del Fronte della Gioventù. Ancora una volta contro il coraggio e la forza delle idee , il comunismo dimostrava di saper rispondere solamente con il tritolo, con le bombe, alla ricerca di stragi. Il bisogno di sangue non si poteva quindi placare, non avevano potuto ben vendicare il compagno Valerio Verbano.
Dall'esecuzione di Verbano all'assassinio di Angelo Mancia
In quei giorni un grave fatto aveva contribuito a ridestare un clima di antifascismo militante, di caccia all'uomo. Era morto in circostanze oscure Valerio Verbano, militante dell'Autonomia Operaia. I comunisti addossarono subito all'ambiente di destra la responsabilità di quell'assassinio, nonostante nessuno lo avesse rivendicato e non avesse alcun significato l'omicidio di un esponente che nell'estrema sinistra, aveva un ruolo non di primo piano. Ciò nonostante fu affisso un manifesto, in quei giorni, che prometteva una pronta vendetta del Verbano, c'era scritto che non sarebbero bastate "100 carogne nere". Purtroppo, ancora una volta, la magistratura non intervenne, gli autori del manifesto, firmato dai compagni dell'Autonomia non vennero arrestati, quasi che non fossero noti alla questura. L'11 marzo colpirono ancora, ed ancora una volta si sbagliarono, volevano uccidere questa volta un dirigente romano del MSI ed andarono sotto casa sua ad aspettarlo. Spararono, più volte, contro colui che credettero essere il loro obiettivo, rivendicarono il crimine convinti di essere riusciti nel loro intento, invece avevano sbagliato ancora una volta, avevano assassinato un cuoco, Luigi Allegretti, tra l'altro iscritto alla CGIL, che nel buio avevano confuso con il militante missino designato.L'attentato al "Secolo", la bomba alla sede di via Sommacampagna, l'omicidio per "sbaglio", così fu etichettato dalla stampa a noi avversa, quasi che se i terroristi avessero colpito chi desideravano sarebbe stato giudicato un omicidio "giusto", non erano riusciti a dare agli odiati "fascisti" una risposta precisa all'omicidio di Valerio Verbano. Ci voleva un fatto eclatante, infatti in quei giorni numerose abitazioni di militanti del MSI furono bombardate dal tritolo sovversivo e sempre per puro caso non ci furono danni alle persone. Bisognava colpire un simbolo, una persona che non aveva mai avuto paura di loro, qualcuno che aveva sempre risposto in prima persona alle loro provocazioni, con il coraggio della lotta a viso aperto, incurante del numero degli avversari e sicuro della propria fede, uno che non si sarebbe mai piegato se non a causa di un colpo di pistola! Avevano trovato quella persona, quel "fascista di razza" (così lo definirono nel volantino di rivendicazione), era Angelo Mancia, segretario della sezione Talenti, dipendente del "Secolo d'Italia", rappresentante sindacale aziendale (RSA) della CISNAL. Stava uscendo di casa, poco dopo le 8:30 di quel 12 marzo, come ogni giorno diretto al lavoro, come addetto ai servizi esterni del "Secolo" e della Direzione Nazionale del Partito; ad attenderlo c'erano i suoi assassini, appostati dietro un furgone blu posteggiato davanti al cancello di via Tozzi 10,da dove Angelo stava uscendo, avvicinandosi al proprio motorino. Bastò un attimo per rendersi conto di quanto stava succedendo. Visti i terroristi, Angelo cercò rifugio nel portone di casa, non fece in tempo, il fuoco assassino dei comunisti lo raggiunse alla schiena; non contenti, gli assassini spararono ancora, alla nuca, volevano essere sicuri di non aver fallito anche questa volta.

lunedì 28 febbraio 2011

In ricordo di Mikis Mantakas - Martire Europeo

28 FEBBRAIO 1975 muore a Roma, a colpi di arma da fuoco, MIKIS MANTAKAS.

La storia:
Il 28 febbraio 1975 si celebra a Roma la prima udienza del processo per il rogo di Primavalle in cui perirono i due fratelli Mattei. Alla sbarra i tre assassini, identificati dopo un anno di indagini. Nonostante l'indifendibilità di un reato così orrendo, tutta la sinistra scende in campo massicciamente in favore degli assassini. La mobilitazione è generale, non c'è giornale o telegiornale che non ospiti autorevoli pareri "garantisti" e innocentisti. Viene persino pubblicato un libro dal titolo "Incendio a porte chiuse" per accreditare la tesi di un incidente e scagionare così i compagni di Potere Operaio. Naturalmente i complici degli assassini si mobilitano anche per fare pressione "fisica" sui giudici. Di fronte al tribunale viene organizzata una manifestazione e alla fine si forma il solito corteo per le vie paralizzate della città e da esso si stacca - secondo una strategia ormai nota - un gruppo che assalta la sezione del MSI di via Ottaviano, al cui interno si trova un piccolo gruppo di studenti universitari del Fuan in riunione. Gli assalitori sfondano il portone, riescono a penetrare nel cortile interno, ma qui vengono affrontati dagli studenti del Fuan che li respingono nella via. Dal gruppo messo in fuga, però, saltano fuori improvvisamente delle pistole. Pochi colpi secchi e Mikis Mantakas, 21 anni, cittadino greco, iscritto all'Università di Roma, da un anno militante del Fuan, rimane a terra senza vita. Ferito anche un altro studente, Fabio Rolli, di 18 anni.
Sabrina, la ragazza di Mikis, il giorno dopo, scrisse una struggente lettera d'addio pubblicata sul "Secolo d'Italia". Proprio quella lettera ispirò a Carlo Venturino, leader del gruppo musicale "Amici del Vento", una delle più belle canzoni di musica alternativa, rimasta per oltre vent'anni il simbolo del martirio dei giovani di destra: "Nel suo nome".
Ragazza che aspettavi, un giorno come tanti:

un cinema, una pizza, per stare un po' con lui,
dai apri la tua porta, che vengo per parlarti...
"Sai, stasera... in piazza... erano tanti, e...
il tuo ragazzo è morto...
è morto questa sera".


Vent'anni sono pochi per farsi aprir la testa
dall'odio di chi invidia la nostra gioventù,
di chi uno straccio rosso ha usato per bandiera,
perché non ha il coraggio di servirne una vera.

La gioventù d'Europa stasera piangerà
chi è morto in primavera per la sua Fedeltà.

Le idee fanno paura a questa società,
ma ancora più paura può far la Fedeltà:
la Fedeltà a una terra, la Fedeltà a un amore,
sono cose troppo grandi per chi non ha più cuore.

Un fiore di ciliegio tu porta tra i capelli,
vedendoti passare ti riconoscerò e...

Sole d'Occidente che accogli il nostro amico,
ritorna a illuminare il nostro mondo antico.
Dai colli dell'Eterna ritornino i cavalli,
che portano gli eroi di questo mondo stanchi.

Ragazza del mio amico, che è morto questa sera,
il fiore tra i capelli no, non ti appassirà.
Di questo tuo dolore, noi faremo una bandiera, 
nel buio della notte una fiamma brillerà.

Sarà la nostra fiamma, saranno i tuoi vent'anni,
la nostra primavera sarà la libertà.
Due degli assassini, Alvaro Lojacono e Fabrizio Panzieri, quelli che materialmente impugnarono le pistole, vengono subito identificati e arrestati. Anche in questo caso, però, nei mesi successivi si ripete l'ormai noto balletto di complicità e protezioni. L'allora segretario del Partito Socialista, Giacomo Mancini, arriva addirittura al punto di andare a far visita in carcere al suo "amico" Panzieri. In quegli anni è attivo anche il "Soccorso rosso", un'organizzazione finanziata dal Partito comunista per fornire avvocati e aiuti economici ai carcerati di sinistra e fu così che anche Lojacono e Panzeri, come già gli assassini dei fratelli Mattei, furono rilasciati tra una fase processuale e l'altra, riuscendo poi a fuggire all'estero. 
Seppure condannato in contumacia, il "latitante" Lojacono trovò modo comunque di tornare in Italia partecipando, tra l'altro, al rapimento e all'uccisione del leader democristiano Aldo Moro riuscendo poi ancora a rientrare in Francia. 
Di lui, condannato a 16 anni per il delitto Mantakas e all'ergastolo per quello di Aldo Moro (chissà poi perché tanta differenza?) si è tornato a parlare, nel corso del 2000, perché finalmente "rintracciato" nella sua tranquilla latitanza. L'allora ministro di Grazia e Giustizia, il comunista Oliviero Diliberto, si è però guardato bene dal fare pressioni sulla Francia per ottenerne l'estradizione

giovedì 10 febbraio 2011

10 Febbraio 2011 - alla Sapienza Io Ricordo



Il 1° maggio del 1945 è una data storica, poiché fu proprio in quel fatidico giorno che  si concluse la II guerra mondiale.
L’Italia e l’Europa tutta sono pronte a festeggiare la fine dei drammi portati dalla guerra, ignari però di ciò che stava per accadere nei territori dell’Italia nord-orientale.
Fu proprio infatti in quel 1° maggio che le truppe  comuniste jugoslave del maresciallo Tito iniziarono a dare la caccia ai molti italiani, e non, presenti in quei territori.
Molti finirono nelle foibe, cavità carsiche caratteristiche di quelle zone.
L’ infoibamento era un rituale tragico e barbarico: le vittime legate a due a due con il filo spinato venivano portati sull’orlo  della voragine e ad uno dei due veniva sparato un colpo alla nuca e, cadendo,trascinava giù anche l’altro.
Questa mattanza, durata per oltre quaranta giorni, ha costretto circa 350.000 persone a lasciare le proprie case per sfuggire all’omicida regime comunista Jugoslavo. Tutti, infatti, sapevano che bastava non essere comunisti per rischiare di essere infoibati.
In Istria, invece, la pratica degli infoibamenti iniziò già nel settembre 1943. I carnefici furono i partigiani di Tito, esecutori delle direttive dei loro capi e dell’Onza, polizia segreta di quel regime.
L’incubo finì il 12 giugno, quando le truppe alleate indussero quelle slavo- comuniste a lasciare la città.
Per lunghi anni i martiri delle foibe e gli esuli Giuliani, Fiumani e Dalmati, sono stati dimenticati dall’Italia. I tragici ricordi, infatti, costituivano verità scomode da non essere ricordate per non creare problemi a certe formazioni politiche, le quali di certo non ne avrebbero tratto vantaggi in termini di propaganda politica.
Finalmente nel 2004 con la legge n. 92 il Parlamento Italiano ha istituito il 10 febbraio quale “giorno del Ricordo” per conservare
e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani vittime delle foibe

martedì 8 febbraio 2011

In ricordo di Paolo di Nella, figlio d'Italia


Oltre il silenzio...  per non dimenticare

L'aggressione...

Paolo amava il suo quartiere, e proprio in nome di questo amore aveva programmato una battaglia per l'esproprio di Villa Chigi, che voleva far destinare a centro sociale e culturale. Per far partecipare gli abitanti del quartiere a questa battaglia sociale, il 3 febbraio sarebbe dovuta cominciare una raccolta firme degli abitanti della zona.
Paolo, impegnato in prima persona nell'iniziativa, aveva dedicato gran parte della giornata del 2 febbraio ad affiggere manifesti che la rendevano pubblica. Dopo una breve interruzione, l'affissione riprese alle 22.00. Durante il percorso non ci furono incidenti, anche se Paolo e la militante che lo accompagnava notarono alcune presenze sospette.
Verso le 24.45 Paolo si accingeva ad affiggere manifesti su un cartellone, situato su uno spartitraffico di Piazza Gondar, di fronte alla fermata Atac del 38. Qui sostavano due ragazzi, apparentemente in attesa dell'autobus (N.B. in Viale Libia, non esistendo una linea notturna, dopo le 24.00 non passavano autobus). Non appena Paolo voltò loro le spalle per mettere la colla, si diressero di corsa verso di lui.
Uno di loro lo colpì alla testa. Poi sempre di corsa, fuggirono per Via Lago Tana.
Paolo, ancora stordito per il colpo, si diresse alla macchina, da dove la ragazza che lo accompagnava aveva assistito impotente a tutta la scena. Dopo essersi sciacquato ad una fontanella la ferita, ancora abbondantemente sanguinante, Paolo riportò in sede i manifesti e il secchio di colla.
Verso l'1.30, rientrò a casa. I genitori lo sentirono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi. Lo soccorsero chiamando un'ambulanza, che però arrivò quando ormai Paolo era già in coma. Solo nella tarda mattinata del giorno dopo, il 3 febbraio (tardi, maledettamente tardi per le sue condizioni), Paolo venne operato, e gli vennero asportati due ematomi e un tratto di cranio frantumato.

Le indagini...

Le prime indagini furono condotte con estrema superficialità dal dirigente della Digos romana incaricato del caso, il dott. Marchionne.
Non ci furono infatti né perquisizioni né fermi di polizia per gli esponenti dell'Aut.Op. del quartiere Africano. La ragazza che era con Paolo, unica testimone dell'agguato, venne interrogata dagli inquirenti che, più che all'accertamento dei fatti, sembravano interessati alla struttura organizzativa del Fronte della Gioventù e ai nomi dei suoi dirigenti. Tutto per dar corpo, come avvenne nel '79 per l'omicidio di Francesco Cecchin, all'ignobile storiella della "faida interna".
L'istruttoria sembrò avere una solerte ripresa quando al capezzale di Paolo arrivò anche l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Passato però il momento di risonanza dovuto a questo gesto, tutto sembrò tornare ad essere chiuso in un cassetto.
La sera del 9 febbraio, dopo 7 giorni di coma, la solitaria lotta di Paolo contro la morte giunge al termine: si spegne alle 20.05.
Ai militanti del Fronte della Gioventù che in tutti quei giorni si erano stretti intorno ad una speranza disperata, vegliando al suo capezzale, quasi a voler proteggere Paolo e difenderlo come non erano riusciti a fare quando era vivo, non restò che vegliare il suo corpo. Seguirono giorni di forte tensione: lo striscione commemorativo affisso a Piazza Gondar venne strappato e deturpato più volte; sui muri comparvero scritte inneggianti all'assassinio di Paolo. Il tutto condito da discorsi e commenti disinvolti e gratuiti trasmessi da radio onda rossa.
Dopo il 9 febbraio, finalmente, gli inquirenti si decisero, almeno apparentemente, a dare concretezza alle indagini. Vennero allora fatte alcune perquisizioni nelle case dei più noti esponenti dei Collettivi autonomi di Valmelaina e dell'Africano.
Uno dei massimi sospettati era Corrado Quarra, individuato perché non nuovo ad aggressioni a ragazzi di destra e molto somigliante all'identikit fornito dalla testimone.
Dopo aver tentato varie volte di sottrarsi all'incontro con i magistrati, comportamento che non fece altro che confermare i sospetti su di lui, venne emanato a suo carico un ordine di arresto per concorso in omicidio volontario, eseguito per caso la notte del 1 agosto '83. In un confronto all'americana Daniela, la ragazza che era con Paolo quella notte, lo riconobbe come colui che materialmente colpì Paolo. In conseguenza dell'avvenuto riconoscimento il fermo di polizia a suo carico divenne ordine di cattura per concorso in omicidio volontario aggravato da futili motivi.
Visti i risultati, si era quasi sicuri ormai di poter arrivare allo svolgimento del processo e all'individuazione anche del secondo aggressore.
Dopo 3 mesi di silenzio, il 3 novembre la testimone venne convocata per il secondo riconoscimento. Concentrandosi sulle caratteristiche somatiche della persona che accompagnava lo sprangatore, Daniela indicò il secondo presunto aggressore.
A questo punto si rivelò il tranello in cui era caduta: il giovane da lei riconosciuto non era l'indiziato (Luca Baldassarre anche lui autonomo dell'Africano) ma un amico da lui appositamente scelto per via della grande somiglianza. Il giudice istruttore dr. Calabria, che peraltro aveva un figlio simpatizzante degli ambienti dell'autonomia dell'Africano, disse allora beffardamente alla ragazza che, se aveva sbagliato il secondo riconoscimento poteva aver sbagliato anche il primo. Discorso preparatorio finalizzato a facilitare la scarcerazione di Quarra, che avvenne, con proscioglimento da tutte le accuse, il 28/12/1983. Questo avvenimento, che segnò la fine delle indagini sull'omicidio di Paolo, passò sotto silenzio. Se ne avrà infatti notizia solo il 30/05/1984, grazie ad un comunicato stampa del Fronte della Gioventù.

"Nella società vige lo scambio,
nella Comunità il dono".

PAOLO E' VIVO ! ! !

martedì 19 gennaio 2010

Jan Palach – Un esempio per la nostra generazione

A Praga il clima politico del gennaio 1969 era agitato dal tentativo di Husàk di allontanare Smkorsky (presidente del parlamento che godeva di molto credito tra i Cechi ed era, oltretutto, il principale alleato di Dubcek) dai vertici dello stato. Il pretesto usato da Husak fu quello dell’equa divisione delle cariche tra le due nazioni che componevano il paese. Smorsky accettò suo malgrado di lasciare la carica, ma i sostenitori della primavera di Praga si sentirono umiliati e traditi.In questa atmosfera di disillusione Jan Palach, studente alla Facoltà di Filosofia, si diede fuoco in Piazza San Venceslao nel primo pomeriggio del 16 gennaio 1969 in segno di protesta contro l’occupazione sovietica dell’agosto precedente. Morì giorni dopo in seguito alle ustioni riportate. Non aveva ancora compiuto 21 anni.
Egli aveva voluto protestare contro la soppressione delle libertà fondamentali nel suo Paese. Palach lasciò infatti una dichiarazione in cui spiegava che il suo suicidio era una protesta contro l’occupazione sovietica e soprattutto contro la censura, reintrodotta dopo l’effimera “primavera di Praga”.
Con il suo gesto sperava di squarciare la passività e la rassegnazione dei suoi concittadini dopo la “normalizzazione”, di lanciare un messaggio di supremo rifiuto che doveva toccare il cuore del suo popolo. Consapevoli del valore politico-simbolico di questa morte le autorità misero in piedi una campagna di disinformazione, che però non diede i risultati previsti. A nulla valsero infatti i tentativi di far passare Palach per uno psicopatico.
Scrisse Dubcek: “I funerali si trasformarono in una dimostrazione imponente a difesa della nostra politica riformatrice e di protesta contro l’occupazione sovietica”.Il 25 gennaio 1969 alle esequie un cielo plumbeo scaricò acqua e neve sulle seicentomila persone accorse da ogni parte del paese.
Il decano dell’università diede l’ultimo saluto alla salma dicendo “La Cecoslovacchia sarà un paese democratico solo quando il sacrificio non sarà più necessario”.
Per un giorno Praga fu in mano agli studenti. Nei mesi successivi il gesto di Palach fu imitato, fino alle estreme conseguenze, da un’altro studente, Jan Zajic (amico di Palach), il 25 febbraio, e da un operaio, Plocek, in aprile.
Palach però preferì non bruciare i suoi appunti e i suoi articoli (che rappresentavano i suoi pensieri politici), che tenne in uno zaino molto distante dalle fiamme. Tra le dichiarazioni trovate nei suoi quaderni, spicca questa:
“Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze d’occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà”.
Jan Palach avrebbe potuto essere un cantante, un atleta o forse un uomo politico. Se solo i tank sovietici non lo avessero privato della sua “primavera” e della speranza in un futuro migliore

venerdì 20 febbraio 2009

100 anni di FUTURISMO.... Buon Compleanno


Manifesto del futurismo
“Le Figarò” 20 Febbraio 1909
1-Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.
2-Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
3-La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità penosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
4-Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità
5-Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
6-Bisogna che il poeta si prodichi con ardore, sfarzo e magnificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.
7-Non vi è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro.
8-Noi siamo sul patrimonio estremo dei secoli! poichè abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.
9-Noi vogliamo glorificare la guerra-sola igene del mondo-il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore
10-Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria
11-Noi canteremo le locomotive dall’ampio petto, il volo scivolante degli areoplani. E’ dall’Italia che lanciamo questo manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il Futurismo

Queste le parole con cui Filippo Tommaso Marinetti fonda il 20 Febbraio 1909 a Parigi il manifesto futurista.

lunedì 9 febbraio 2009

FOIBE: La storia negata. 10 febbraio, IO RICORDO !!!


Le Foibe: la storia negata

  • 48 le foibe note ad oggi
  • 17.000 le vittime delle foibe
  • 350.000 gli italiani costretti all'esodo dall'istria, fiume e dalmazia

Foiba
Il termine "foiba" è una corruzione dialettale del latino "fovea", che significa "fossa", le foibe, infatti, sono voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall'erosione di corsi d'acqua; possono raggiungere i 200 metri di profondità. In Istria sono state registratre più di 1700 foibe.

Causa di morte
1- Proiettili d'arma da fuoco, di solito sparati al cranio
2- precipitazioni dall'alto con gli effetti che ne derivano: fratture multiple, commozione, shock traumatico grave, embolia, etc.
3- trauma da corpo contundente (bastone, calcio di fucile, bottiglie, etc.) o acuminato con conseguenti fratture;
4- questi diversi momenti variamente combinati, isa come cause sovrapposte, sia come concorretni

L'effetto, cioè la morte, non deve essere stato necessariamente immediato: è ammissibile anche che, nonostante ferite e traumi, la morte sia avvenuta a distanza di tempo o per sete o per fame...

NON VOGLIAMO RISCRIVERE LA STORIA, SOLO FARLA CONOSCERE. TUTTA.

Durante l'evento verrà allestita una mostra e proiettati dei documentari.

domenica 8 febbraio 2009

In ricordo di Paolo Di Nella

A 26 anni dal suo sacrificio
PAOLO VIVE NELLA NOSTRA LOTTA Sono passati molti anni da quella notte fredda, e molte cose sono cambiate. Ma non la nostra voglia di ricordare, di continuare a costruire il nostro futuro sull'esempio di Paolo... TRE STORIE... ...PER NON DIMENTICARE La prima storia… …un colpo alle spalle, una vile aggressione Paolo amava il suo quartiere, e proprio in nome di questo amore aveva programmato una battaglia per l'esproprio di Villa Chigi, che voleva far destinare a centro sociale e culturale. Per far partecipare gli abitanti del quartiere a questa battaglia sociale, il 3 febbraio sarebbe dovuta cominciare una raccolta di firme degli abitanti della zona. Paolo, impegnato in prima persona nell’iniziativa, aveva dedicato gran parte della giornata del 2 febbraio ad affiggere manifesti che la rendevano pubblica. Dopo una breve interruzione, l'affissione riprese alle 22.00. Durante il percorso non ci furono incidenti, anche se Paolo e la militante che lo accompagnava, notarono alcune presenze sospette. Verso le 24.45 Paolo si accingeva ad affiggere manifesti su un cartellone, situato su uno spartitraffico di Piazza Gondar, di fronte a dove era situata la fermata Atac del 38. Qui sostavano due ragazzi che, appena Paolo voltò loro le spalle per mettere la colla, si diressero di corsa verso di lui. Uno di loro lo colpì alla testa. Poi sempre di corsa, fuggirono per Via Lagotana. Paolo, ancora stordito per il colpo, si diresse alla macchina, da dove la ragazza che lo accompagnava aveva assistito impotente a tutta la scena. Dopo essersi sciacquato ad una fontanella la ferita, ancora abbondantemente sanguinante, Paolo riportò in sede i manifesti e il secchio di colla. Verso l'1.30, rientrò a casa. I genitori lo sentirono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi. Lo soccorsero chiamando un'ambulanza, che però arrivò quando ormai Paolo era già in coma. Solo nella tarda mattinata del giorno dopo, il 3 febbraio (tardi, maledettamente tardi per uno nelle sue condizioni), Paolo venne operato, e gli vennero asportati due ematomi e un tratto di cranio frantumato. La seconda storia… …le indagini Le prime indagini furono condotte con estrema superficialità dal dirigente della DIGOS romana incaricato del caso, il dott. Marchionne. Non ci furono infatti né perquisizioni né fermi di polizia per gli esponenti dell'Aut.Op del quartiere Africano. La ragazza che era con Paolo, unica testimone dell'agguato, venne interrogata dagli inquirenti, che, più che all’accertamento dei fatti, sembravano interessati alla struttura organizzativa del Fronte della Gioventù e ai nomi dei suoi dirigenti. Tutto per dar corpo all'ignobile storiella della "faida interna". L'istruttoria sembrò avere una solerte ripresa quando al capezzale di Paolo arrivò anche l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Passato però il momento di risonanza dovuto a questo gesto, tutto sembrò tornare ad essere chiuso in un cassetto. La sera del 9 febbraio, dopo 7 gg di coma, la solitaria lotta di Paolo contro la morte giunge al termine: alle 20.05 muore. Seguirono giorni di forte tensione, in cui finalmente gli inquirenti si decisero, almeno apparentemente, a dare concretezza alle indagini. Vennero finalmente fatte alcune perquisizioni nelle case dei più noti esponenti dei Collettivi autonomi di Valmelaina e dell'Africano. Uno dei massimi sospettati era Corrado Quarra, individuato perché non nuovo ad aggressioni a ragazzi di destra. Dopo aver tentato varie volte di sottrarsi all'incontro con i magistrati, comportamento che non fece altro che confermare i sospetti su di lui, venne arrestato per caso la notte del 1 agosto ‘83. In un confronto all'americana Daniela, la ragazza che era con Paolo quella notte, lo riconobbe come colui che materialmente colpì Paolo. In conseguenza dell’avvenuto riconoscimento il fermo di polizia a suo carico divenne ordine di cattura per omicidio volontario aggravato da futili motivi. Dopo 3 mesi di silenzio, il 3 novembre la ragazza venne convocata per il secondo riconoscimento. Mentre si concentrava, fu avvicinata da una donna, che fu solo in seguito qualificata come avvocato difensore di uno dei due indiziati, la quale disse alla ragazza di fissarsi sulle caratteristiche somatiche della persona che accompagnava lo sprangatore. Daniela indicò il secondo presunto aggressore con sufficiente sicurezza, nonostante il magistrato le avesse più volte chiesto se ne era sicura. A questo punto si rivelò il tranello in cui era caduta: il giovane da lei riconosciuto non era l’indiziato, ma un amico a lui molto somigliante e per questo appositamente scelto dalla difesa. Inoltre, nel gruppo di persone tra le quali Daniela doveva effettuare il riconoscimento, vi era lo stesso Quarra, che nel frattempo si era fatto crescere la barba. A questo punto il giudice istruttore dr. Calabria disse alla ragazza che, se aveva sbagliato il secondo riconoscimento poteva aver sbagliato anche il primo. Discorso preparatorio finalizzato a facilitare la scarcerazione di Quarra, che avvenne, con proscioglimento da tutte le accuse, il 28/12/1983. Questo avvenimento, che segnò la fine delle indagini sull'omicidio di Paolo, passò sotto silenzio. Se ne avrà infatti notizia solo il 30/05/1984, grazie ad un comunicato stampa del Fronte della Gioventù. La terza storia… …la nostra, nell’Esempio di Paolo E’ stato molto difficile superare i giorni successivi alla morte di Paolo senza lasciarsi trasportare dalla rabbia e dal dolore per la morte di un fratello, ucciso vigliaccamente da un colpo alle spalle. Per chi ha diviso con Lui la militanza quotidiana, non farsi trasportare dalla spirale di tensione di quei momenti non è stato semplice. Il Fronte della Gioventù però ci riuscì è trasformò il furore di allora in lucida determinazione a non arrendersi, ad insistere nella decisione di mettere in pratica una “vendetta” molto particolare: trasformare in realtà i sogni, gli ideali ed i progetti di Paolo. Ed oggi, sebbene molte cose siano cambiate, quello spirito è rimasto lo stesso. Anzi è divenuto più forte, alimentato dall’amore di chi ha portato avanti le nostre idee quando questo significava rischiare tutto e dall’entusiasmo che l’esempio di Paolo ha acceso negli occhi di molti ragazzi che hanno cominciato a fare politica dopo il suo sacrificio. E quella vendetta che allora si decise di portare avanti ha dato i suoi risultati, che sono andati oltre ogni aspettativa. Quella vendetta infatti si attua ogni volta che uno di noi, entrando a far parte di un qualsiasi livello delle istituzioni, facendo politica nelle scuole o attività per le strade dei nostri quartieri, riesce a dare vita a quello in cui crede, a quello in cui credeva anche Paolo. E allora ogni assemblea d’istituto che riusciremo ad ottenere, ogni parco che riusciremo a far destinare a verde pubblico, ogni proposta di legge che riusciremo a far approvare, ogni battaglia culturale e sociale che porteremo avanti, sarà come far rivivere Paolo. O meglio, sarà come se non se ne fosse mai andato, perché riuscirà, attraverso di noi, a realizzare quello in cui ha sempre creduto, fino al sacrificio estremo. E’ difficile parlare di Paolo, che ha dato la vita per quell’Ideale in cui tutti crediamo, che è stato capace di sacrificare la propria giovinezza in nome di qualcosa di più alto, di più luminoso, di più vero. E’ difficile perché qualunque parola sembra inappropriata se usata per descrivere il gesto di un ragazzo come noi, che per il solo fatto di aver scelto la strada più dura, è morto a vent’anni. E’ difficile perché di fronte al sacrificio estremo spesso ci si sente estremamente piccoli e inadeguati e qualunque cosa si dica o si faccia sembra sciocca. E’ difficile, ma vogliamo provarci lo stesso, seguendo quel filo rosso che ci lega indissolubilmente a chi ha percorso prima di noi la strada sulla quale oggi stiamo camminando. Molti di noi hanno conosciuto Paolo solo ascoltando i ricordi di chi ha diviso con Lui la militanza quotidiana, leggendo la sua storia, guardando negli occhi sua madre. Eppure possiamo dire di aver vissuto con Lui, perché dividiamo la stessa anima. Stasera, come in tutti gli altri giorni della nostra vita, vogliamo dire a Paolo, e a tutti quelli che sono con lui in quella verde valle lontana e senza tempo, che noi ci siamo. Con tutte le nostre debolezze, con la stanchezza e lo scoraggiamento che a volte si fanno davvero pesanti, con i piccoli sacrifici di ogni giorno, che non sono niente se paragonati al loro. Ci siamo, e continuiamo, nel nostro mondo e nel nostro tempo, a percorrere la strada che prima di noi ha visto i loro passi svelti attraversare la vita, consapevoli del fatto che abbiamo scelto di vivere un ideale che va oltre il tempo e oltre la storia, un ideale che ha vissuto in loro e che ora vive in noi. Ci siamo, e sappiamo che in ogni semplicissimo atto della militanza di ogni giorno, come un’affissione, un volantinaggio, una riunione, un’assemblea, ci sono con noi anche loro. C’è chi il sangue è chiamato a versarlo tutto insieme e chi goccia a goccia: quando ci sentiamo stanchi e scoraggiati, quando ci assalgono i dubbi sulla scelta della militanza, sarà sufficiente pensare a chi, ragazzo di vent’anni come noi, ha versato il suo sangue tutto insieme e ci ha lasciato il dono più prezioso che si possa mai ricevere: un esempio da seguire.

sabato 19 luglio 2008

In ricordo di Paolo Borsellino

Per non dimenticare....
19 luglio 1992 - 19 luglio 2008
A 16 anni dalla strage di via D'Amelio

"La lotta alla mafia dev'essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. "
(Paolo Borsellino)



"E' normale che esista la paura, in ogni uomo, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti."
(Paolo Borsellino)


Grazie Paolo
per averci insegnato cosi vuol dire
difendere e amare la propria terra,
cosa vuol dire lottare per i propri ideali di giustizia
e difenderli fino in fondo,
cosa vuole dire sacrificarsi giorno per giorno
per creare un mondo migliore.
Il tuo esempio e quello degli angeli che sono
morti con te, è uno stimolo
a fare sempre del proprio meglio e a
non cedere ai ricatti che questa società
malata e corrotta ci impone.
Onore te, che anche da lassù, continui ad essere esempio
di legalità per tutto il popolo siciliano e per tutta l'Italia

venerdì 11 luglio 2008

Per non dimenticare....Gabriele Sandri

11 novembre 2007 - 11 luglio 2008
8 mesi di silenzio, senza Giustizia

Gabriele Sandri, la mattina dell’11 Novembre 2007, dopo aver suonato al Piper Club di Roma, si metteva in viaggio per seguire la “sua” Lazio a Milano, a bordo di una autovettura guidata da un amico.
Questo viaggio però veniva interrotto in un autogrill nei pressi di Arezzo dal gesto folle di un agente della Polstrada, che esplodeva un colpo di pistola dalla parte opposta della carreggiata, colpendo la macchina dove era a bordo Gabriele.
Il proiettile, purtroppo raggiungeva Gabriele al collo togliendogli la vita alle ore 9.18 !
Nell’immediatezza dell’evento gli organi istituzionali non hanno voluto assumersi le proprie responsabilità, comportamento culminato nella conferenza stampa del Questore di Arezzo che ha vietato ai giornalisti presenti di fare domande sull’accaduto.
Intanto, la notizia della morte di Gabriele si diffondeva rapidamente in tutta Italia suscitando le reazioni dei tifosi di calcio, i quali auspicavano che il Campionato Nazionale venisse interrotto per rispetto del giovane ragazzo ucciso.
Gli organi d’informazione, da parte loro, rivolgevano prevalentemente la propria attenzione sugli episodi di violenza scaturiti a Roma e Bergamo dopo l’omicidio,facendo passare in secondo piano l’uccisione assurda e gravissima di Gabriele.
Attualmente "tutti" si trovano al proprio posto: il Questore di Arezzo, che ha sostenuto la tesi dei colpi sparati in aria, l’assassino di Gabriele per il quale non sono state ravvisate esigenze cautelari.
Gabbo ci ha lasciato per volare in paradiso!




L’omicidio di Gabriele è stato commesso dall’agente della Polstrada di Arezzo Luigi Spaccarotella.
Quest’ultimo è attualmente indagato dalla Procura di Arezzo per il reato di Omicidio volontario.
Il Pubblico Ministero che dirige le indagini, dott.Ledda, ha disposto una serie di accertamenti tecnici volti a stabilire la dinamica del colpo esploso dall’agente.
Il termine ultimo che il PM ha stabilito per il deposito delle perizie andrà a scadere a fine Febbraio 2008.
Luigi Spaccarotella, indagato per un reato per il quale la legge prevede 21 anni di reclusione, ad ora si trova a piede libero.

venerdì 23 maggio 2008

16 Anniversario della strage di Capaci

23 maggio 1992 - 23 maggio 2008.

Sono passati sedici anni dalla strage di Capaci, da quella terribile esplosione in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro

Sono 16, oggi, gli anni che sono passati dalla morte di Giovanni Falcone, assassinato brutalmente dalla Mafia. Si sono aperte con lo sbarco a Palermo di oltre 1.200 studenti dalla Nave della legalità le celebrazioni in memoria di Giovanni Falcone, il magistrato trucidato dalla mafia nella strage di Capaci del 23 maggio del 1992 insieme alla moglie, Francesca Morvillo, e ai tre uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.
Ad accogliere gli studenti nell’aula bunker del capoluogo siciliano, luogo dove a metà degli anni ’80 fu celebrato il primo maxiprocesso contro la cupola di Cosa nostra istruito proprio da Giovanni Falcone, c’erano la ministra della Pubblica Istruzione, Maria Stella Gelmini, il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, il sindaco della città, Diego Cammarata, il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, la sorella del giudice ucciso a Capaci, Maria Falcone.
”Provo sempre una grande emozione nel ritrovarmi qui a ricordare Giovanni – ha detto la sorella del magistrato – Quest’aula rappresenta per tutti noi italiani la caduta del mito dell’invulnerabilità della mafia e dell’impunibilità dei mafiosi”.
Dopo l’intervento di Maria Falcone, ha preso la parola la neo ministra della Pubblica Istruzione Gelmini la quale ha messo in rilievo l’importanza della numerosa presenza degli studenti alla manifestazione in ricordo del magistrato simbolo, insieme a Paolo Borsellino, della lotta al potere mafioso. ”I tanti giovani che sono qui – ha detto la ministra della Pubblica Istruzione – danno senso alla morte di due eroi nazionali che non dimenticheremo mai. Questa è una giornata di grande valore che acquista un senso importantissimo perché i tanti giovani giunti a Palermo sono qui non solo per commemorare Falcone e Borsellino, ma per raccogliere il loro testimone nella lotta alla mafia”.
Per il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, quella presente oggi a Palermo rappresenta una generazione nuova, diversa dalle altre, in quanto ha non solo la speranza del riscatto ma anche la fiducia nel successo. Un sentito ringraziamento agli studenti provenienti da tutta l’Italia è stato espresso dal Procuratore antimafia, Piero Grasso, giunto anch’egli a Palermo a bordo della Nave della legalità.
”Dobbiamo essere noi a preparare il terreno ai giovani che saranno la classe dirigente del domani, noi col nostro esempio di impegno e legalità e dobbiamo tenere ancorati i ragazzi alla nostra terra – ha sottolineato Grasso – Rivivere giorni come questi significa tornare a provare rabbia e disperazione, ma anche ricordare un amico con la speranza che oggi a rischiararci sia una luce diversa”.
A Maria Falcone è stata recapitata una lettera del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il quale non ha potuto partecipare all’evento a causa di impegni assunti precedentemente.
Nella missiva, il Capo dello Stato ha evidenziato che il barbaro agguato di Capaci ha segnato un terribile attacco alle istituzioni del Paese da parte della mafia alla quale si è saputo tuttavia reagire adeguatamente nel segno dell’unità.
”L’impegno e la partecipazione di allora – scrive Giorgio Napolitano – non possono subire flessioni, non è consentito ridurre il livello di attenzione rispetto alla mafia. Un fenomeno pervasivo, pronto ad attuare strategie più sofisticate per insinuarsi nella società minandone la vita democratica, la coesione e il progresso”.



Non li avete uccisi......
Le loro idee cammineranno sulle nostre gambe....

giovedì 22 maggio 2008

In ricordo di Giorgio Almirante

22 Maggio 1988 - 22 Maggio 2008

"Vivi come se tu dovessi morire subito
Pensa come se tu non dovessi morire mai"


mercoledì 13 febbraio 2008

Alla Sapienza viene ricordato il dramma della foibe

Azione Universitaria: Non vogliamo riscrivere la storia, solo farla conoscere.

Questa mattina alla facoltà di giurisprudenza della Sapienza si è svolto un convegno organizzato da Azione Universitaria Roma dal titolo:
Le foibe: la storia negata
, ed è stata allestita una mostra fotografica. Cristian Alicata, dirigente provinciale di AU, dichiara: l'appuntamento di oggi si ricollega al 10 febbraio, giornata ufficiale del ricordo delle vittime delle foibe e alla tragedia di350.000 italiani istriani-dalmati-giuliani che fuggirono dalla pulizia etnica attuata dai partigiani slavi di Tito. Non vogliamo riscrivere la storia, solo farla conoscere tutta e far si che anche in Italia ci sia una memoria condivisa, troppe volte sacrificata per motivi ideologici, anche oggi purtroppo all'interno dell'università un gruppo di studenti di estrema sinistra tramite dei volantini hanno negato la tragedia di questi italiani.. Relatore del convegno il dr. Marino Micich, direttore dell'archivio-museo storico di Fiume, che ha affrontato il tema dal punto di vista storico, ha illustrato il lungo cammino fatto per far conoscere la vicenda della foibe e di quello che ancora si dovrà fare per un rinascimento culturale in Italia.

martedì 5 febbraio 2008

10 febbraio: Giorno del Ricordo

NON DIMENTICHIAMO GLI ITALIANI MORTI NELLE FOIBE E GLI ESULI ISTRIANI, FIUMANI E DALMATI
UCCISI DAI COMUNISTI JUGOSLAVI DI TITO
E DIMENTICATI PER TANTI ANNI DALLA MEMORIA STORICA DEGLI ITALIANI

Ricordo le migliaia e migliaia di uomini, donne, anziani e bambini, lasciati morire nel buio di una foiba, seppelliti vivi tra i morti. Perché si risparmiassero le pallottole. Ricordo maestri, preti, soldati, operai, studenti seviziati e uccisi dalle milizie comuniste jugoslave nelle scuole, in strada, in chiesa, in casa propria. Cadaveri disseminati senza pietà lungo tutto il confine nord-orientale d'Italia. Ricordo giovani donne torturate con tenaglie roventi, rinchiuse in gabbie di ferro, stuprate ed esposte al ludibrio degli uomini di Tito. Ricordo quei carnefici ancora impuniti, prosciolti dall'accusa di sterminio per aver operato in territorio "extranazionale" o mai neanche processati. Ricordo la disperazione dei 350 mila esuli italiani di Fiume, dell'Istria, della Dalmazia. Costretti ad abbandonare le loro case, le loro terre, i loro ricordi radicati nei secoli. Ricordo migliaia di persone scomparse nel nulla che l'Italia, l'Europa ed il mondo hanno fatto finta di dimenticare. Ricordo il silenzio degli storici di partito e l'omissione complice della scuola pubblica italiana, perché le giovani generazioni non sapessero, perché non ricordassero. Il 10 febbraio di ogni anno, nel "Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano - dalmata e delle vicende del confine orientale" io indosso il fiocco tricolore per tributare il mio riconoscimento a questi Figli d'Italia troppo a lungo dimenticati.
Io ricordo. E tu?

"Per chi vuole Negare"


"Per chi vuole Ricordare"


......danzeremo insieme nell'arena di Pola.....

lunedì 4 febbraio 2008

PAOLO DI NELLA - Caduto per la rivoluzione

Oltre il silenzio... per non dimenticare
"Nel Ricordo non lo hanno ucciso"


Noi purtroppo non siamo ancora un'élite, perché se lo fossimo sapremmo certamente guidare il nostro popolo sulla via nuova. Per ora siamo soltanto delle persone che cercano di essere uomini, uomini e donne che vivono uno stile di vita autentico; ma per essere degli uomini nuovi non basta credere in determinati valori, è necessario viverli e temprarli nell'agire, quotidianamente: questa è in parte l'importanza di fare politica. Rivoluzione non è qualcosa di astratto, che sa di miracolo : è qualcosa che si costruisce giorno per giorno, pezzo per pezzo, sbagliando e riprovando, anche col sacrificio personale, anche riuscendo a superare tanti problemi contingenti che si presentano e che spesso, anche se sembrano tanto grandi ed insormontabili, se solo li si prova a guardare con un'ottica diversa, risultano delle inezie.
Paolo Di Nella

LA STORIA DI PAOLO DI NELLA


Odio, Potere, Morte, Noi siamo qui....AVETE PERSO

LA GRANDEZZA NON E' MAI VANA.
LE VIRTU' CONQUISTATE NEL
DOLORE E NEL SACRIFICIO
SONO PIU' FORTI DELL'ODIO
E DELLA MORTE.
COME IL SOLE CHE SCATURISCE
DALLE NOTTI PROFONDE PRESTO
O TARDI RISPLENDERANNO!

PAOLO E' VIVO! e LOTTA CON NOI!!!!

CAMERATA
PAOLO DI NELLA
PRESENTE... PRESENTE... PRESENTE....

lunedì 7 gennaio 2008

30 anni .... e siamo ancora qui.....per ricordare

ONORE AI CADUTI DI ACCA LARENTIA

7 Gennaio 1978 - Come spesso accadeva in quegli anni, la giornata stava trascorrendo in un clima abbastanza teso. Alle 18.20 circa, un gruppo di militanti del Fronte della Gioventù esce dalla sezione di Acca Larenzia per andare a fare un volantinaggio. Immediatamente un commando di 5 o 6 persone (in seguito l'attentato sarà rivendicato dal Nucleo armato per il contropotere territoriale) apre il fuoco contro i ragazzi del Fronte.
Franco Bigonzetti è il primo ad essere colpito. Un altro ragazzo, ferito ad un braccio, riesce a rientrare in sezione e si chiude dentro. Gli altri si gettano a terra, ma il commando spara di nuovo e colpisce Francesco Ciavatta, che stava tentando di salire sulle scalinate a fianco del portone della sezione. Cade a terra. Morirà poco dopo in ambulanza. Alla notizia dell'agguato, costato la vita a due ragazzi, due militanti poco più che ventenni, davanti alla sezione di Acca Larenzia si raduna una gran folla: forze dell'ordine, membri del partito, giornalisti, ma soprattutto giovani, i camerati dei ragazzi uccisi, forse quelli colpiti più da vicino da quel gesto folle.
La foto sotto riportata ci documenta proprio questi momenti.
gal6res_709
Quello che di preciso successe dopo, ancora non si riesce a capire con sicurezza. C'è chi parla di un presunto provocatore con un impermeabile bianco, che staccatosi dalle fila, lanciò un sasso verso il cordone dei carabinieri, scatenando una esagerata reazione di quest'ultimi; c'è chi dice che i giovani presenti sul luogo inizio a urlare slogan contro carabinieri e celere, provocando la loro eventualmente insensata reazione; c'è chi parla di un giornalista ed un cameramen che, dopo aver percorso le tappe dell'agguato, si fermano davanti ad una macchia di sangue e uno dei due getta - non si sa se per non curanza o per disprezzo - un mozzicone di sigaretta nella pozza di sangue di Ciavatta, facendo insorgere i giovani e facendo scaturire l'intervento comunque esagerato delle forze dell' ordine.
Sta di fatto che il capitano Sivori, impugnata la sua pistola, cerca di sparare nel mucchio dei manifestanti, ma l'arma si inceppa. Si fa dare allora la pistola di un suo sottoposto, si inginocchia e prende bene la mira: questa volta i proiettoli partono, e viene colpito Stefano Recchioni che morirà dopo 48 ore di agonia (9 gennaio).
Di fronte al sacrificio estremo spesso ci si sente estremamente piccoli e inadeguati e qualunque cosa si dica o si faccia sembra sciocca. E’ difficile, ma noi vogliamo provarci lo stesso, seguendo quel filo rosso che ci lega a chi ha percorso prima di noi la strada sulla quale stiamo camminando. Quello che vorrei dire a Franco, Francesco, Stefano, Alberto e a tutti quelli che sono con loro nella verde valle lontana e senza tempo dalla quale ci stanno guardando, è che noi ci siamo. Con tutte le nostre debolezze, con la stanchezza e lo scoraggiamento che a volte si fanno davvero pesanti, con piccoli sacrifici quotidiani, che non sono niente se paragonati al loro. Ci siamo, e continuiamo, nel nostro mondo e nel nostro tempo, a percorrere la strada che prima di noi ha visto i loro passi svelti attraversare la vita, consapevoli del fatto che abbiamo scelto di vivere un ideale che va oltre il tempo e oltre la storia, un ideale che ha vissuto in loro e che ora vive in noi.

CAMERATA FRANCO BIGONZETTI PRESENTE!
CAMERATA FRANCESCO CIAVATTA PRESENTE!
CAMERATA STEFANO RECCHIONI PRESENTE!

martedì 17 luglio 2007

Nel Ricordo non lo hanno ucciso !!!

FUORI LA MAFIA.........
DAI PARTITI, DALLE ISTITUZIONI, DALLA SOCIETA'

19 Luglio 1992 - 19 Luglio 2007

"Se la gioventù le negherà il consenso, anche la onnipotente, misteriosa mafia svanirà come un incubo." Paolo Borsellino




Sono passati 15 anni da quel 19 Luglio del 1992, quando in un caldo pomeriggio la mafia decise di porre fine alla vita del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta. Via d'Amelio sobbalzò, tutta Palermo sobbalzò e tutta la Sicilia sentì quel terribbile botto. Dopo Falcone anche Borsellinò spirò....
Lo sgomento fu tanto, il senso d'impotenza ancor di più, la mafia pensò di aver dato lo scacco matto dando un segno inequivocabile, pensò di aver imposto definitamente la sua forza e di aver ulteriormente allargato i suoi tentacoli. Ma non fu cosi, quel giorno molti siciliani reagirono, si resesero conto che la Mafia andava combattuta fino in fondo. Quella strage colpì in particiolar modo quelli come me che appena adolescenti si trovavano davanti ad una prospettiva inquitante, davanti ad un mondo che non era più il loro, si trovarono catapultati ad essere la nuova avanguardia, la nuova linfa e i novelli atreju che dovevano sconfiggere il nulla che avanzava. Certo la sfida era ardua, era difficile cercare di cambiare un mondo che non voleva cambiare, ma c'erano loro Giovanni,Paolo, Ninni,Rocco,Peppino,ecc. il loro sacrificio era una valore troppo forte per non essere considerato, il loro ricordo era un monito a proseguire la battaglia, la guerra andava vinta.
Certo non tutti accettarono la sfida, ma una cosa è certa da quel giorno qualcosa è cambiato.......
"Non sono né un eroe né un kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la fine perché la vedo come una cosa misteriosa, non so quello che succederà nell’aldilà. Ma l’importante è che sia il coraggio a prendere il sopravvento...Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno" Se muoio adesso il mio compito l’ho svolto.