L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine nello spirito: soltanto qui è la chiave di tutto. (Goethe)
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venerdì 14 giugno 2013

Il deficit della vasca da bagno Italia non preoccupa più Bruxelles

fonte: temi.repubblica.it/limes

di Giorgio Arfaras
[Carta di Laura Canali]

Lo stock di debito pubblico del nostro paese ha raggiunto "il bordo", ma dal rubinetto di Roma sgorga meno deficit che da quelli di Parigi o Madrid. La Commissione Europea ne ha tenuto conto.


Per capire l'oggetto del contendere legato alla fine delle possibili sanzioni europee contro l'Italia a causa del suo bilancio pubblico mal messo (ossia quel che è chiamata “la fine del castigo europeo” - con la conseguenza che “possiamo finalmente usare il bilancio pubblico per rilanciare la crescita”), usiamo la metafora della vasca da bagno.
Immaginiamo il debito pubblico come l'acqua in una vasca da bagno (lo stock) e il deficit come l'acqua che esce dal rubinetto (il flusso). Il primo aspetto è il debito pubblico che può essere di piccole o grandi dimensioni: ossia, la vasca da bagno ha poca acqua oppure molta. Il secondo aspetto è la sua crescita, che può essere alta o bassa: ossia, il rubinetto può essere molto o poco aperto.
Il debito italiano è grosso - la vasca da bagno è molto piena ormai da anni - ma il rubinetto della crisi da noi ha una portata modesta. Se giudichiamo i debiti pubblici staticamente - cioè guardiamo solo la vasca da bagno - allora l’Italia è messa male. Se, invece, li giudichiamo dinamicamente - cioè guardiamo anche la velocità di crescita dell’acqua, alias il rubinetto - l’Italia è messa meglio di altri paesi come la Francia e la Spagna
Più precisamente: la vasca si riempie o si svuota a seconda di come vanno le cose fra il rubinetto e lo scolo. Il bilancio pubblico, in prima battuta, è il saldo fra uscite non finanziarie ed entrate tributarie (il saldo primario) e, in seconda battuta, è la differenza che si ha fra il saldo primario e il pagamento degli interessi sul debito. Se il saldo primario è positivo - se le uscite sono inferiori alle entrate - ecco che si apre lo scolo e il debito si riduce. Avanza però il pagamento degli interessi - il rubinetto. Se questo è eguale al surplus primario il rubinetto riempie la vasca tanto quanto lo scolo la svuota, e il debito resta eguale. Se il pagamento degli interessi è maggiore del surplus primario il rubinetto riempie la vasca più di quanto lo scolo la svuoti, e il debito cresce.
L'Italia ha un surplus primario (lo scolo aperto) più o meno sostanzioso fin dagli inizi degli anni Novanta; oggi è inferiore agli 80 miliardi di euro. Gli interessi sul gran debito (il rubinetto aperto) si sono dimezzati dalla fine degli anni Novanta, da quando si è entrati nell'euro prima come aspettativa e poi effettivamente. Ma restano cospicui: oggi sono più di 80 miliardi euro. Abbiamo quindi un rubinetto che versa più acqua nella vasca di quanto lo scolo ne porti via. Non molta di più, però: infatti il nostro deficit è inferiore al 3% del pil, uno dei famigerati parametri di Maastricht.

L'obiettivo dell'Eurozona è quello di ridurre in 2 decenni l'acqua della vasca (lo stock del debito) fino al 60% del pil, un altro famigerato parametro di Maastricht. Questo avviene se le spese dello Stato sono ridotte, mentre le entrate aumentano - grazie a una maggior crescita dell'economia a parità di aliquote, oppure con aliquote ridotte. Ossia, il debito si riduce in rapporto al pil con uno scolo che svuota la vasca in misura maggiore rispetto al passato, mentre il rubinetto versa poca acqua perché il costo del debito è sotto controllo.
Facendo dei conti - i numeri si trovano qui - il nostro scolo è abbastanza aperto e si aprirebbe di più se solo crescessimo anche di poco; il costo del debito resta sotto controllo, come accade da qualche tempo, anche grazie agli interventi della Banca Centrale Europea. Perciò l'acqua che esce dal rubinetto è poca e nel tempo la vasca, grazie allo scolo molto aperto, si svuota: non completamente, ma fino al 60% del pil.
A Bruxelles non hanno obiezioni se il risucchio dello scolo viene ridotto seppur di poco per qualche tempo, perché la dinamica del debito italiano è sostanzialmente sotto controllo, a differenza di quella di altri paesi.

giovedì 15 dicembre 2011

Benvenuti nello Stato Sovietico dei Banchieri


Monti il Totalitario pro-Banchieri (Un Comunista per i Mercati. Un Socializzatore per il Bene della Speculazione)


di Maurizio Blondet

Che dire, caro lettore? Sul Corriere appare una intervista ad un esultante Attilio Befera, il capo di Equitalia, che tripudia: «Segreto bancario finito, ora abbiamo più poteri. Così scopriremo gli evasori». Potremmo consolarci pensando che il Fisco finirà per annegarsi da sè in miliardi di dati – la maggior parte del tutto inutili – tali da paralizzarsi da solo. Per dirla con Raffaello Lupi, docente di Diritto tributario non privo di humor, quando le tracce sono milioni, nemmeno il miglior ricercatore di orme Sioux ci si raccapezza.

Ma proprio questo ci dice che la mitica «caccia all’evasore» non è lo scopo dell’abolizione del segreto bancario, nè il motivo dell’esultanza di Befera. Il tripudio, vicino al delirio d’onnipotenza, è dovuto al coronamento del sogno di ogni alta burocrazia – specie italiana: esercitare il controllo totale su tutti i privati, ficcare il naso negli affari minimi di ciascun contribuente, a scopi polizieschi o semplicemente per godere del potere indebito di farsi i fatti altrui. L’alta burocrazia guarda ai cittadini (che la pagano) come nemici (perchè non la pagano abbastanza) e comunque come sospetti da tenere sotto sorveglianza e da smascherare. O almeno, da tenere sotto schiaffo con il continuo timore di essere colti in fallo dall’occhio onnipotente del Pubblico Potere.

È lo stesso motivo per cui la magistratura d’accusa compie intercettazioni telefoniche a tappeto, senza limiti, indiscriminati ed arbitrarie, e non tollera limitazioni su questa pratica di violazione della libertà personale. Ho già detto più volte il perchè: per la burocrazia pubblica, tributaria, giudiziaria o comunque castale, i cittadini privati sono sospetti in via di principio, in quanto esercitano atti di volontà privati; ossia esercitano, per dirla in breve, la libertà. La «cultura» burocratica pubblica ammette come lecite solo le azioni dei cittadini e contribuenti quando coincidano con la Volontà Generale. Se costoro esercitano atti secondo la loro volontà particolare e personale, essi delinquono(1). O sono sospettati di delinquere.

giovedì 1 dicembre 2011

"NOI CREDIAMO", Un libro di Giorgia Meloni.

"Noi crediamo. Crediamo nei giovani, nella politica, nella giustizia, nell'eguaglianza, nel merito. Crediamo nella nostra Nazione, una Nazione nata centocinquant'anni fa dal sacrificio di un gruppo di ragazzi, molti dei quali poco più che ventenni. Una banda di idealisti, sognatori e poeti, capaci di abbandonare tutto e prendere le armi per inseguire l'utopia dell'unità nazionale." 

In un momento di crisi - della politica, dell'economia, degli ideali - serve ricordare da dove veniamo, il nostro patrimonio di valori e cultura, la nostra identità. Perché, mai come ora, è pericoloso cedere alla tentazione del disimpegno, dell'apatia e del qualunquismo mascherati da lotta alla "Casta", da antipolitica. È vero, quella di oggi è una società bloccata. Bloccata da rendite di posizione, dalla mancanza di mobilità sociale, da vecchi schemi che non corrispondono più alla realtà, che invece è profondamente mutata. E sono i giovani a pagare il prezzo più alto, costretti a vivere un presente di precarietà e a immaginare un futuro ancora più incerto. 

Per loro c'è bisogno di aggredire dalle fondamenta la società dei privilegi consolidati e costruire sulle sue macerie l'Italia del merito capace di far emergere e premiare l'energia visionaria, la tenacia, il talento. Giorgia Meloni, il più giovane ministro nella storia della Repubblica, ha raccolto le storie di ragazzi e ragazze che vivono con coraggio, determinazione, passione. 

Alcuni sono famosi, come Federica Pellegrini o Mirco Bergamasco, altri no, ma non sono meno importanti, perché tutti protagonisti di storie esemplari e avvincenti, che meglio di molti discorsi illustrano i princìpi - dalla lotta alla mafia alla difesa della vita - per cui l'autrice si batte da anni e che ne hanno ispirato l'intera attività politica. Sono storie che nascono da un incontro, da una sintonia di valori, dalla certezza che le vite di questi giovani servono ad altri. E che servono all'Italia per essere un Paese migliore.

martedì 18 ottobre 2011

Fate parlare gli indignati e capirete la vera ragione per cui sono precari


di Pietrangelo Buttafuoco

 Troppo comodo trasformare in fascisti i “compagni che sbagliano”, gli incappucciati che si prendono i cortei per fare la festa agli indignados. Troppo facile, poi, risolverla con lo sfascismo.


 In questa vicenda di borghesi stradaioli non c’entra nulla, infatti, il santo manganello. Non c’è il Novecento, non c’è la “Rissa in Galleria” e neanche “Città che sale”. Tutt’al più c’è quell’Ecce Homo di Marco Pannella scaracchiato da una manica di benpensanti giacobini.In attesa che ci scappi il morto è bene che si sappia che in queste stupide lagne giovanilistiche – cui può benissimo fare il paio la dichiarazione di Mario Draghi, ben lieto di scivolare dentro la demagogia – non c’è una sola scazzottatura, non un solo frammento dell’Avanguardia storica e sempre restando in attesa che ci scappi il morto si può stare sicuri di un fatto: neppure la ribellione delle masse può cominciare da piazza San Giovanni perché se solo ci fosse stata una goccia di olio di ricino si sarebbero sentite le note di “Rusticanella”, la marcia della marcia su Roma.Troppo comodo, poi, pensare che possano fare epoca. Sarà globale, infatti, la mobilitazione – ci sarà tutta una canea a muoversi – ma tutti questi indignados sono così a corto di concetti, di parole e di raziocinio che è proprio un’esagerazione andargli addosso con gli idranti della forza pubblica. E’ sufficiente farli parlare. Di tutti questi indignados, infatti, quelli interpellati a caldo, dopo gli incidenti di sabato – ma anche a freddo, a bocce ferme – non ce n’è uno che sappia fare la “O” col bicchiere. Il povero David Parenzo, in collegamento dalla piazza ancora rovente per “In Onda” su La7, dai leader raccolti intorno al suo microfono non riusciva a cavargli un costrutto che fosse uno, due parole messe in croce, tre neuroni in grado di sostenere una spiegazione del loro essere indignati. Stessa fatica per Bianca Berlinguer, sempre in collegamento con i giovani indignati al Tg3 “Linea notte”, che non riusciva a farsi dare una frase di senso compiuto da questi avanguardisti, incapaci perfino di dare una risposta a Mario Draghi.

lunedì 5 settembre 2011

FATE LARGO ALL'ITALIA CHE AVANZA - Atreju 2011

Uno slogan di protagonismo generazionale diventa il titolo della XIII edizione di Atreju, festa nazionale della Giovane Italia, che torna dal 7 all' 11 settembre nel Parco del Celio a Roma. Come il protagonista de "La Storia Infinita", anche l'evento che porta il suo nome vuole incarnare l'esempio di un giovane impegnato nel confronto quotidiano contro le forze del Nulla, contro un nemico che logora la fantasia della gioventù, ne consuma le energie, la spoglia di valori ed ideali, sino ad appiattirne le esistenze. "Fate largo all' Italia che avanza" è il motto di una gioventù che chiede a gran voce il ritorno della meritocrazia per le nuove generazioni, che non ci sta a pagare il conto di decenni di cattiva politica senza fiatare, e che vuole abbattere quei muri e scavalcare quelle barriere rappresentate da vecchi privilegi, baronie e rendite di posizione. 


Programma


mercoledì 07 settembre 2011

ore 17:00
Fate Largo all’Italia che avanza. Inaugurazione di Atreju 2011
Saluti: Vincenzo Piso, coordinatore PdL Lazio; Alfredo Pallone, vice coordinatore vicario PdL Lazio; Gianni Sammarco, coordinatore del PdL Roma; Marco Di Cosimo,vice coordinatore del PdL Roma; Francesco Lollobrigida, coordinatore PdL Provincia di Roma; Angelo Santori, coordinatore vicario PdL Provincia di Roma.
Modera: Alessandro Colorio

ore 18.00 Confronto
Tutto vince il lavoro (Virgilio).Viaggio nel futuro dell'occupazione giovanile
Partecipano: Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro; Raffaele Bonanni, segretario generale CISL; Enrico Letta, vice segretario PD; Enrico Giovannini, presidente ISTAT.
Modera: Giuseppe Agovino

ore 19.30 Atreju Cultura
La bellezza salverà il mondo (Dostoevskij). Cultura e sviluppo economico nazionale.
Partecipano: Fabio Rampelli, deputato PdL; Marcello Veneziani, saggista e giornalista; Luca Telese, giornalista e scrittore; Enrico Gasbarra, deputato PD.
Modera: Ulderico De Laurentiis

ore 21.00
Premio Atreju 2011 a Carlotta Pasqua, presidente Associazione Giovani Imprenditori Vinicoli Italiani.
Partecipa Barbara Saltamartini, responsabile settore pari opportunità PdL.
Consegna il premio Daniele Capezzone, portavoce PdL.
Modera: Francesco De Micheli

ore 21.30 Spettacolo
Il cabaret di Andrea Perroni


mercoledì 13 luglio 2011

Trailer Legalità In-formazione

Trailer del Progetto: Legalità In-formazione, realizzato dalla commissione Cultura della Legalità del Forum Nazionale dei Giovani. Il dvd integrale verrà presentato ad ottobre 2011, con un evento nazionale.


martedì 15 marzo 2011

Falcone e la separazione delle carriere.

In questi giorni si discute tanto della riforma della giustizia e in particolar modo sulla  separazione delle carriere fra Pubblici Ministeri e Giudici. Il dibattito è furente e molti, convinti che in Italia non debba ma cambiare niente, si rifànno alla memoria di chi non c'è più per avvalorare le proprie tesi faziose. A chi cerca sempre di strumentalizzare ciò che di buono viene fatto, consiglio di leggere queste poche righe...cosi magari la prossima volta eviteranno di scomodare chi la lottta alla mafia l'ha fatta senza se e senza ma e magari questi professionisti dell'antimafia capiranno che la cultura della legalità e ben altro che quattro strilli in piazza o essere nati al sud o ancor più portare un cognome pesante...

“Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un Pubblico Ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo. È veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del Pm con questioni istituzionali totalmente distinte”.
(Giovanni Falcone, La Repubblica, 3 ottobre 1991).

sabato 12 marzo 2011

In Ricordo di Angelo Mancia - Caduto per l'Italia

Marzo 1980
Il mese di marzo del 1980 rimane una tappa indiscutibilmente tragica nella triste storia del terrorismo rosso a danno del mondo anticomunista, di quel nostro mondo così fiero da restare in piedi di fronte ai drammi più immani. Quando il 7 di quel mese ignoti avevano cercato la strage nella tipografia del "Secolo d'Italia", facendo esplodere due bombe, si credette che l'apice della violenza sanguinaria e barbara, posta in essere dal marxismo, fosse stato ormai raggiunto. Non era purtroppo così.Infatti domenica 10 marzo gli assassini rossi, non riusciti nel loro intento omicida al "Secolo" ci riprovavano, ritentavano la strage. Volevano uccidere i militanti del Fronte della Gioventù di via Sommacampagna, sede provinciale dell'organizzazione giovanile. La fortuna volle che un giovane entrato in uno sgabuzzino per prendere un pennello, vide una borsa sospetta. Avvisato il locale comando dei carabinieri; l'artificiere, una volta tanto prontamente arrivato, disinnescò l'ordigno contenuto nella borsa alle 11:28, appena due minuti di ritardo e sarebbe esploso, con chissà quali conseguenze. Ancora una volta non erano riusciti ad uccidere.I compagni organizzati in "volante rossa", questo l'appellativo che si erano dati i protagonisti dell'attentato al "Secolo d'Italia", firmavano anche questa volta la tentata strage, il loro disegno criminoso, andato in fumo grazie alla prontezza di uno dei giovani militanti del Fronte della Gioventù. Ancora una volta contro il coraggio e la forza delle idee , il comunismo dimostrava di saper rispondere solamente con il tritolo, con le bombe, alla ricerca di stragi. Il bisogno di sangue non si poteva quindi placare, non avevano potuto ben vendicare il compagno Valerio Verbano.
Dall'esecuzione di Verbano all'assassinio di Angelo Mancia
In quei giorni un grave fatto aveva contribuito a ridestare un clima di antifascismo militante, di caccia all'uomo. Era morto in circostanze oscure Valerio Verbano, militante dell'Autonomia Operaia. I comunisti addossarono subito all'ambiente di destra la responsabilità di quell'assassinio, nonostante nessuno lo avesse rivendicato e non avesse alcun significato l'omicidio di un esponente che nell'estrema sinistra, aveva un ruolo non di primo piano. Ciò nonostante fu affisso un manifesto, in quei giorni, che prometteva una pronta vendetta del Verbano, c'era scritto che non sarebbero bastate "100 carogne nere". Purtroppo, ancora una volta, la magistratura non intervenne, gli autori del manifesto, firmato dai compagni dell'Autonomia non vennero arrestati, quasi che non fossero noti alla questura. L'11 marzo colpirono ancora, ed ancora una volta si sbagliarono, volevano uccidere questa volta un dirigente romano del MSI ed andarono sotto casa sua ad aspettarlo. Spararono, più volte, contro colui che credettero essere il loro obiettivo, rivendicarono il crimine convinti di essere riusciti nel loro intento, invece avevano sbagliato ancora una volta, avevano assassinato un cuoco, Luigi Allegretti, tra l'altro iscritto alla CGIL, che nel buio avevano confuso con il militante missino designato.L'attentato al "Secolo", la bomba alla sede di via Sommacampagna, l'omicidio per "sbaglio", così fu etichettato dalla stampa a noi avversa, quasi che se i terroristi avessero colpito chi desideravano sarebbe stato giudicato un omicidio "giusto", non erano riusciti a dare agli odiati "fascisti" una risposta precisa all'omicidio di Valerio Verbano. Ci voleva un fatto eclatante, infatti in quei giorni numerose abitazioni di militanti del MSI furono bombardate dal tritolo sovversivo e sempre per puro caso non ci furono danni alle persone. Bisognava colpire un simbolo, una persona che non aveva mai avuto paura di loro, qualcuno che aveva sempre risposto in prima persona alle loro provocazioni, con il coraggio della lotta a viso aperto, incurante del numero degli avversari e sicuro della propria fede, uno che non si sarebbe mai piegato se non a causa di un colpo di pistola! Avevano trovato quella persona, quel "fascista di razza" (così lo definirono nel volantino di rivendicazione), era Angelo Mancia, segretario della sezione Talenti, dipendente del "Secolo d'Italia", rappresentante sindacale aziendale (RSA) della CISNAL. Stava uscendo di casa, poco dopo le 8:30 di quel 12 marzo, come ogni giorno diretto al lavoro, come addetto ai servizi esterni del "Secolo" e della Direzione Nazionale del Partito; ad attenderlo c'erano i suoi assassini, appostati dietro un furgone blu posteggiato davanti al cancello di via Tozzi 10,da dove Angelo stava uscendo, avvicinandosi al proprio motorino. Bastò un attimo per rendersi conto di quanto stava succedendo. Visti i terroristi, Angelo cercò rifugio nel portone di casa, non fece in tempo, il fuoco assassino dei comunisti lo raggiunse alla schiena; non contenti, gli assassini spararono ancora, alla nuca, volevano essere sicuri di non aver fallito anche questa volta.

domenica 6 marzo 2011

lunedì 28 febbraio 2011

In ricordo di Mikis Mantakas - Martire Europeo

28 FEBBRAIO 1975 muore a Roma, a colpi di arma da fuoco, MIKIS MANTAKAS.

La storia:
Il 28 febbraio 1975 si celebra a Roma la prima udienza del processo per il rogo di Primavalle in cui perirono i due fratelli Mattei. Alla sbarra i tre assassini, identificati dopo un anno di indagini. Nonostante l'indifendibilità di un reato così orrendo, tutta la sinistra scende in campo massicciamente in favore degli assassini. La mobilitazione è generale, non c'è giornale o telegiornale che non ospiti autorevoli pareri "garantisti" e innocentisti. Viene persino pubblicato un libro dal titolo "Incendio a porte chiuse" per accreditare la tesi di un incidente e scagionare così i compagni di Potere Operaio. Naturalmente i complici degli assassini si mobilitano anche per fare pressione "fisica" sui giudici. Di fronte al tribunale viene organizzata una manifestazione e alla fine si forma il solito corteo per le vie paralizzate della città e da esso si stacca - secondo una strategia ormai nota - un gruppo che assalta la sezione del MSI di via Ottaviano, al cui interno si trova un piccolo gruppo di studenti universitari del Fuan in riunione. Gli assalitori sfondano il portone, riescono a penetrare nel cortile interno, ma qui vengono affrontati dagli studenti del Fuan che li respingono nella via. Dal gruppo messo in fuga, però, saltano fuori improvvisamente delle pistole. Pochi colpi secchi e Mikis Mantakas, 21 anni, cittadino greco, iscritto all'Università di Roma, da un anno militante del Fuan, rimane a terra senza vita. Ferito anche un altro studente, Fabio Rolli, di 18 anni.
Sabrina, la ragazza di Mikis, il giorno dopo, scrisse una struggente lettera d'addio pubblicata sul "Secolo d'Italia". Proprio quella lettera ispirò a Carlo Venturino, leader del gruppo musicale "Amici del Vento", una delle più belle canzoni di musica alternativa, rimasta per oltre vent'anni il simbolo del martirio dei giovani di destra: "Nel suo nome".
Ragazza che aspettavi, un giorno come tanti:

un cinema, una pizza, per stare un po' con lui,
dai apri la tua porta, che vengo per parlarti...
"Sai, stasera... in piazza... erano tanti, e...
il tuo ragazzo è morto...
è morto questa sera".


Vent'anni sono pochi per farsi aprir la testa
dall'odio di chi invidia la nostra gioventù,
di chi uno straccio rosso ha usato per bandiera,
perché non ha il coraggio di servirne una vera.

La gioventù d'Europa stasera piangerà
chi è morto in primavera per la sua Fedeltà.

Le idee fanno paura a questa società,
ma ancora più paura può far la Fedeltà:
la Fedeltà a una terra, la Fedeltà a un amore,
sono cose troppo grandi per chi non ha più cuore.

Un fiore di ciliegio tu porta tra i capelli,
vedendoti passare ti riconoscerò e...

Sole d'Occidente che accogli il nostro amico,
ritorna a illuminare il nostro mondo antico.
Dai colli dell'Eterna ritornino i cavalli,
che portano gli eroi di questo mondo stanchi.

Ragazza del mio amico, che è morto questa sera,
il fiore tra i capelli no, non ti appassirà.
Di questo tuo dolore, noi faremo una bandiera, 
nel buio della notte una fiamma brillerà.

Sarà la nostra fiamma, saranno i tuoi vent'anni,
la nostra primavera sarà la libertà.
Due degli assassini, Alvaro Lojacono e Fabrizio Panzieri, quelli che materialmente impugnarono le pistole, vengono subito identificati e arrestati. Anche in questo caso, però, nei mesi successivi si ripete l'ormai noto balletto di complicità e protezioni. L'allora segretario del Partito Socialista, Giacomo Mancini, arriva addirittura al punto di andare a far visita in carcere al suo "amico" Panzieri. In quegli anni è attivo anche il "Soccorso rosso", un'organizzazione finanziata dal Partito comunista per fornire avvocati e aiuti economici ai carcerati di sinistra e fu così che anche Lojacono e Panzeri, come già gli assassini dei fratelli Mattei, furono rilasciati tra una fase processuale e l'altra, riuscendo poi a fuggire all'estero. 
Seppure condannato in contumacia, il "latitante" Lojacono trovò modo comunque di tornare in Italia partecipando, tra l'altro, al rapimento e all'uccisione del leader democristiano Aldo Moro riuscendo poi ancora a rientrare in Francia. 
Di lui, condannato a 16 anni per il delitto Mantakas e all'ergastolo per quello di Aldo Moro (chissà poi perché tanta differenza?) si è tornato a parlare, nel corso del 2000, perché finalmente "rintracciato" nella sua tranquilla latitanza. L'allora ministro di Grazia e Giustizia, il comunista Oliviero Diliberto, si è però guardato bene dal fare pressioni sulla Francia per ottenerne l'estradizione

sabato 12 febbraio 2011

Giorgia Meloni sull'Unità d'Italia

"Cresce il dibattito sul 17 marzo, giorno in cui si celebrerà il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia. Si discute sul senso che deve avere e sulla necessità o meno di celebrarlo alla stregua di una Festa Nazionale. Forse non è un male, almeno siamo tutti costretti a un confronto più onesto e trasparente. Personalmente, resto convinta che almeno una volta ogni 150 anni ci sia bisogno di 24 ore per ricordare una grande avventura collettiva che innalzò una nazione, dove prima c'erano solo un popolo lacerato e un territorio conteso tra potenze straniere. 24 ore per celebrare le ragioni del nostro futuro in comune. 24 ore per ritrovare stima e coscienza della propria identità culturale. 24 ore per rinsaldare il legame tra le generazioni nel tempo, e insieme il legame tra gli uomini e le donne che vivono oggi nello stesso luogo. Non mi sembra cosa da poco. Credo valga la pena dedicargli un giorno di festa. Naturalmente a patto che sia davvero tale e non solo un giorno di vacanza. Che lo si festeggi insomma, come un compleanno, ricordando i bei tempi andati e augurandosi altri mille di questi giorni. Personalmente vorrei che ciò avvenisse non solo nel 2011, ma tutti gli anni. Questo è il senso del 17 marzo e non riesco a condividere le opinioni, talvolta molto autorevoli, che vorrebbero declassare questa data a una celebrazione di serie B. Andando a scuola, a lavoro o in ufficio, come in un giorno qualsiasi. Non mi pare di aver mai udito alcuna voce levarsi in difesa della produzione o dell'istruzione nazionale per il 2 giugno o il 25 aprile.
Non vorrei che il 17 marzo si celebrasse a scapito di altre date, sia chiaro. Eppure avrebbe maggior senso festeggiare il giorno dell'Unità degli italiani anziché momenti in cui gli italiani si sono divisi, come quando prevalse nel referendum l'ordinamento repubblicano sull'ordinamento monarchico. E sono colpevole di apologia del fascismo se ritengo che la data di nascita della nazione italiana si collochi nel Risorgimento e non nella Liberazione? La verità è che per troppi anni abbiamo riempito l'assenza di una giornata dedicata all'unità del nostro popolo (come avviene per tutti gli altri popoli del mondo) con altre, importanti certamente ma non altrettanto unificanti.
Si dirà, ma il giorno dell'Unità d'Italia non unisce affatto, semmai divide. Lo ha detto il presidente della provincia di Bolzano, lo fanno notare, anche se con molto garbo democratico, alcuni esponenti politici dell'attuale maggioranza. È proprio per questo che abbiamo un disperato bisogno di festeggiare il 17 marzo. Per ricordare innanzitutto. Che troppo sangue è stato versato da italiani e austriaci per giungere ad una pace che a Bolzano ha portato autonomia e prosperità, che le navi dei Mille si chiamavano Piemonte e Lombardo, che però la nostra nazione era stata pensata e voluta federalista, ma senza la rivolta della popolazione siciliana non si sarebbe destata la voglia d'Italia nel Meridione che poi tutto travolse. Spero sia anche l'occasione per ricordare a coloro che considerano i giovani di oggi incapaci di rappresentanza politica e civile, che fu una generazione di giovani ribelli a fare l'Italia. Gente di vent'anni o anche meno, armata di nuovi sogni e vecchi fucili, gettò sé stessa contro le baionette di un esercito straniero infinitamente più grande e potente, senza paura. E morì, come Goffredo Mameli e tanti altri. Nella speranza che le successive generazioni non avrebbero lasciato cadere il testimone insanguinato dell'unità fra gli italiani. Non ci si sente un po' piccini a parlare di fabbriche e produttività con il rischio che quei ragazzi ci ascoltino?"

Giorgia Meloni
Ministro della Gioventù

giovedì 10 febbraio 2011

10 Febbraio 2011 - alla Sapienza Io Ricordo



Il 1° maggio del 1945 è una data storica, poiché fu proprio in quel fatidico giorno che  si concluse la II guerra mondiale.
L’Italia e l’Europa tutta sono pronte a festeggiare la fine dei drammi portati dalla guerra, ignari però di ciò che stava per accadere nei territori dell’Italia nord-orientale.
Fu proprio infatti in quel 1° maggio che le truppe  comuniste jugoslave del maresciallo Tito iniziarono a dare la caccia ai molti italiani, e non, presenti in quei territori.
Molti finirono nelle foibe, cavità carsiche caratteristiche di quelle zone.
L’ infoibamento era un rituale tragico e barbarico: le vittime legate a due a due con il filo spinato venivano portati sull’orlo  della voragine e ad uno dei due veniva sparato un colpo alla nuca e, cadendo,trascinava giù anche l’altro.
Questa mattanza, durata per oltre quaranta giorni, ha costretto circa 350.000 persone a lasciare le proprie case per sfuggire all’omicida regime comunista Jugoslavo. Tutti, infatti, sapevano che bastava non essere comunisti per rischiare di essere infoibati.
In Istria, invece, la pratica degli infoibamenti iniziò già nel settembre 1943. I carnefici furono i partigiani di Tito, esecutori delle direttive dei loro capi e dell’Onza, polizia segreta di quel regime.
L’incubo finì il 12 giugno, quando le truppe alleate indussero quelle slavo- comuniste a lasciare la città.
Per lunghi anni i martiri delle foibe e gli esuli Giuliani, Fiumani e Dalmati, sono stati dimenticati dall’Italia. I tragici ricordi, infatti, costituivano verità scomode da non essere ricordate per non creare problemi a certe formazioni politiche, le quali di certo non ne avrebbero tratto vantaggi in termini di propaganda politica.
Finalmente nel 2004 con la legge n. 92 il Parlamento Italiano ha istituito il 10 febbraio quale “giorno del Ricordo” per conservare
e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani vittime delle foibe

martedì 8 febbraio 2011

In ricordo di Paolo di Nella, figlio d'Italia


Oltre il silenzio...  per non dimenticare

L'aggressione...

Paolo amava il suo quartiere, e proprio in nome di questo amore aveva programmato una battaglia per l'esproprio di Villa Chigi, che voleva far destinare a centro sociale e culturale. Per far partecipare gli abitanti del quartiere a questa battaglia sociale, il 3 febbraio sarebbe dovuta cominciare una raccolta firme degli abitanti della zona.
Paolo, impegnato in prima persona nell'iniziativa, aveva dedicato gran parte della giornata del 2 febbraio ad affiggere manifesti che la rendevano pubblica. Dopo una breve interruzione, l'affissione riprese alle 22.00. Durante il percorso non ci furono incidenti, anche se Paolo e la militante che lo accompagnava notarono alcune presenze sospette.
Verso le 24.45 Paolo si accingeva ad affiggere manifesti su un cartellone, situato su uno spartitraffico di Piazza Gondar, di fronte alla fermata Atac del 38. Qui sostavano due ragazzi, apparentemente in attesa dell'autobus (N.B. in Viale Libia, non esistendo una linea notturna, dopo le 24.00 non passavano autobus). Non appena Paolo voltò loro le spalle per mettere la colla, si diressero di corsa verso di lui.
Uno di loro lo colpì alla testa. Poi sempre di corsa, fuggirono per Via Lago Tana.
Paolo, ancora stordito per il colpo, si diresse alla macchina, da dove la ragazza che lo accompagnava aveva assistito impotente a tutta la scena. Dopo essersi sciacquato ad una fontanella la ferita, ancora abbondantemente sanguinante, Paolo riportò in sede i manifesti e il secchio di colla.
Verso l'1.30, rientrò a casa. I genitori lo sentirono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi. Lo soccorsero chiamando un'ambulanza, che però arrivò quando ormai Paolo era già in coma. Solo nella tarda mattinata del giorno dopo, il 3 febbraio (tardi, maledettamente tardi per le sue condizioni), Paolo venne operato, e gli vennero asportati due ematomi e un tratto di cranio frantumato.

Le indagini...

Le prime indagini furono condotte con estrema superficialità dal dirigente della Digos romana incaricato del caso, il dott. Marchionne.
Non ci furono infatti né perquisizioni né fermi di polizia per gli esponenti dell'Aut.Op. del quartiere Africano. La ragazza che era con Paolo, unica testimone dell'agguato, venne interrogata dagli inquirenti che, più che all'accertamento dei fatti, sembravano interessati alla struttura organizzativa del Fronte della Gioventù e ai nomi dei suoi dirigenti. Tutto per dar corpo, come avvenne nel '79 per l'omicidio di Francesco Cecchin, all'ignobile storiella della "faida interna".
L'istruttoria sembrò avere una solerte ripresa quando al capezzale di Paolo arrivò anche l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Passato però il momento di risonanza dovuto a questo gesto, tutto sembrò tornare ad essere chiuso in un cassetto.
La sera del 9 febbraio, dopo 7 giorni di coma, la solitaria lotta di Paolo contro la morte giunge al termine: si spegne alle 20.05.
Ai militanti del Fronte della Gioventù che in tutti quei giorni si erano stretti intorno ad una speranza disperata, vegliando al suo capezzale, quasi a voler proteggere Paolo e difenderlo come non erano riusciti a fare quando era vivo, non restò che vegliare il suo corpo. Seguirono giorni di forte tensione: lo striscione commemorativo affisso a Piazza Gondar venne strappato e deturpato più volte; sui muri comparvero scritte inneggianti all'assassinio di Paolo. Il tutto condito da discorsi e commenti disinvolti e gratuiti trasmessi da radio onda rossa.
Dopo il 9 febbraio, finalmente, gli inquirenti si decisero, almeno apparentemente, a dare concretezza alle indagini. Vennero allora fatte alcune perquisizioni nelle case dei più noti esponenti dei Collettivi autonomi di Valmelaina e dell'Africano.
Uno dei massimi sospettati era Corrado Quarra, individuato perché non nuovo ad aggressioni a ragazzi di destra e molto somigliante all'identikit fornito dalla testimone.
Dopo aver tentato varie volte di sottrarsi all'incontro con i magistrati, comportamento che non fece altro che confermare i sospetti su di lui, venne emanato a suo carico un ordine di arresto per concorso in omicidio volontario, eseguito per caso la notte del 1 agosto '83. In un confronto all'americana Daniela, la ragazza che era con Paolo quella notte, lo riconobbe come colui che materialmente colpì Paolo. In conseguenza dell'avvenuto riconoscimento il fermo di polizia a suo carico divenne ordine di cattura per concorso in omicidio volontario aggravato da futili motivi.
Visti i risultati, si era quasi sicuri ormai di poter arrivare allo svolgimento del processo e all'individuazione anche del secondo aggressore.
Dopo 3 mesi di silenzio, il 3 novembre la testimone venne convocata per il secondo riconoscimento. Concentrandosi sulle caratteristiche somatiche della persona che accompagnava lo sprangatore, Daniela indicò il secondo presunto aggressore.
A questo punto si rivelò il tranello in cui era caduta: il giovane da lei riconosciuto non era l'indiziato (Luca Baldassarre anche lui autonomo dell'Africano) ma un amico da lui appositamente scelto per via della grande somiglianza. Il giudice istruttore dr. Calabria, che peraltro aveva un figlio simpatizzante degli ambienti dell'autonomia dell'Africano, disse allora beffardamente alla ragazza che, se aveva sbagliato il secondo riconoscimento poteva aver sbagliato anche il primo. Discorso preparatorio finalizzato a facilitare la scarcerazione di Quarra, che avvenne, con proscioglimento da tutte le accuse, il 28/12/1983. Questo avvenimento, che segnò la fine delle indagini sull'omicidio di Paolo, passò sotto silenzio. Se ne avrà infatti notizia solo il 30/05/1984, grazie ad un comunicato stampa del Fronte della Gioventù.

"Nella società vige lo scambio,
nella Comunità il dono".

PAOLO E' VIVO ! ! !

sabato 10 luglio 2010

Comunità giovanili - Chi nel Pdl mi critica si prenda la responsabilità di abbandonare i giovani

Caro Direttore, leggendo oggi la rassegna stampa mi rendo conto di come gli insulti, le risse e le sceneggiate napoletane verificatesi in Parlamento rischino di coprire la sostanza del ddl del governo sulle Comunità Giovanili, sul quale vorrei provare a fare chiarezza.Le Comunità Giovanili non sono altro che centri per l’aggregazione dei giovani. Spazi comunali, caserme in disuso, immobili confiscati alla criminalità organizzata, in cui una libera associazione possa svolgere attività di vario tipo. Dallo studio al teatro, dalla musica ai cineforum, dallo sport al volontariato, e molto altro. Il tutto in un contesto democratico di elettività delle cariche direttive, trasparenza nei conti, legalità, assenza di fini di lucro. Tutto qui. Eppure, in queste ore mi è toccato ascoltare una serie incredibile di falsità da parte di esponenti politici chiaramente in malafede o troppo pigri per leggere il disegno di legge. Particolarmente, brucia l’accusa rivoltami di voler destinare fondi a non si sa bene quale realtà amica. Il ddl non stanzia nuovi fondi al mio ministero: i fondi ci sono già, stanziati anni fa proprio per le Comunità Giovanili. Io avrei potuto utilizzarli senza una legge. Invece ho scelto di vincolarli perché possano dare vita a qualcosa capace di sopravvivere al governo Berlusconi o al ministro Meloni. E ho scelto di confrontarmi col Parlamento affinché questa novità fosse il più possibile condivisa.
Poi si può anche dire, come ha fatto qualcuno con espressioni infelici, che in tempo di crisi questa idea per i giovani sia troppo generosa o statalista. Legittimo. A patto che mi si spieghi quale grande emergenza nazionale si risolverebbe con 12 milioni di euro. A patto che nessuno si azzardi più a parlare di «disagio giovanile», «prevenzione sociale», «emergenza educativa» con grandi promesse in campagna elettorale. Questa legge non risolverà il problema del lavoro che non c’è, degli stipendi precari e da fame o della pensione, ma è la prima legge a loro dedicata da almeno tre legislature. È curioso che i più fervidi oppositori del provvedimento, a parte le abituali volgarità di Idv, siano stati alcuni parlamentari Pdl. Investire pochi milioni di euro per dare a migliaia di giovani un’alternativa alla droga e alla criminalità è così vergognoso? Io penso di no e intendo andare avanti.
Del resto, sono solo una persona coerente che non dimentica da dove viene. Racconto questo sogno delle Comunità Giovanili nelle piazze e nelle assemblee studentesche fin dai tempi del liceo. Continuo a farlo da ministro, con la passione di chi crede in quello che fa. Non c’è solo una bella storia politica a supportarmi in questo impegno o la solidarietà generazionale che mi si è riversata addosso in queste ore. C’è anche una promessa fatta a Scampia, in mezzo a palazzoni scrostati e un’aria pesante come il piombo, di fronte a un nugolo di studenti che meriterebbero la nostra mobilitazione, piuttosto che vedere il Pdl scaricare sui giovani, l’anello debole di questo tempo vigliacco, la propria difficoltà a risolvere i conflitti interni.
*Ministro della Gioventù 
fonte ilgiornale.it

mercoledì 30 giugno 2010

Mangano non è un eroe, è un mafioso come tanti... un vile, senza dignità...

L'eroe è il protagonista di uno straordinario e generoso atto di coraggio, che comporti o possa comportare il consapevole sacrificio di sé stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune.

eroe è un uomo o una donna che possiede caratteristiche ed abilità maggiori di qualsiasi altra persona, che lo rende capace di compiere azioni straordinarie a fin di bene, per cui diventa famoso. Queste capacità non sono solo fisiche, ma anche mentali.

Una persona può diventare un eroe anche semplicemente andando incontro ad una fine valorosa che glorifichi la sua esistenza attraverso la sua ultima azione (esempi odierni sono ad esempio il sacrificare la propria vita per salvarne un'altra, compiere un gesto per l'onore della patria che metta in conto in primis di perdere la vita o per proteggere la propria famiglia sempre mettendo in conto il sacrificio della sua vita.
in tutto cioè non rientra l'essere mafioso e omertoso....

MANGANO non è un Eroe!!!

e le semplici e audaci parole di un vero eroe come PAOLO BORSELLINO ci indicano la strada da seguire...

L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c'è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati.

Paolo Borsellino 

martedì 19 gennaio 2010

Jan Palach – Un esempio per la nostra generazione

A Praga il clima politico del gennaio 1969 era agitato dal tentativo di Husàk di allontanare Smkorsky (presidente del parlamento che godeva di molto credito tra i Cechi ed era, oltretutto, il principale alleato di Dubcek) dai vertici dello stato. Il pretesto usato da Husak fu quello dell’equa divisione delle cariche tra le due nazioni che componevano il paese. Smorsky accettò suo malgrado di lasciare la carica, ma i sostenitori della primavera di Praga si sentirono umiliati e traditi.In questa atmosfera di disillusione Jan Palach, studente alla Facoltà di Filosofia, si diede fuoco in Piazza San Venceslao nel primo pomeriggio del 16 gennaio 1969 in segno di protesta contro l’occupazione sovietica dell’agosto precedente. Morì giorni dopo in seguito alle ustioni riportate. Non aveva ancora compiuto 21 anni.
Egli aveva voluto protestare contro la soppressione delle libertà fondamentali nel suo Paese. Palach lasciò infatti una dichiarazione in cui spiegava che il suo suicidio era una protesta contro l’occupazione sovietica e soprattutto contro la censura, reintrodotta dopo l’effimera “primavera di Praga”.
Con il suo gesto sperava di squarciare la passività e la rassegnazione dei suoi concittadini dopo la “normalizzazione”, di lanciare un messaggio di supremo rifiuto che doveva toccare il cuore del suo popolo. Consapevoli del valore politico-simbolico di questa morte le autorità misero in piedi una campagna di disinformazione, che però non diede i risultati previsti. A nulla valsero infatti i tentativi di far passare Palach per uno psicopatico.
Scrisse Dubcek: “I funerali si trasformarono in una dimostrazione imponente a difesa della nostra politica riformatrice e di protesta contro l’occupazione sovietica”.Il 25 gennaio 1969 alle esequie un cielo plumbeo scaricò acqua e neve sulle seicentomila persone accorse da ogni parte del paese.
Il decano dell’università diede l’ultimo saluto alla salma dicendo “La Cecoslovacchia sarà un paese democratico solo quando il sacrificio non sarà più necessario”.
Per un giorno Praga fu in mano agli studenti. Nei mesi successivi il gesto di Palach fu imitato, fino alle estreme conseguenze, da un’altro studente, Jan Zajic (amico di Palach), il 25 febbraio, e da un operaio, Plocek, in aprile.
Palach però preferì non bruciare i suoi appunti e i suoi articoli (che rappresentavano i suoi pensieri politici), che tenne in uno zaino molto distante dalle fiamme. Tra le dichiarazioni trovate nei suoi quaderni, spicca questa:
“Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze d’occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà”.
Jan Palach avrebbe potuto essere un cantante, un atleta o forse un uomo politico. Se solo i tank sovietici non lo avessero privato della sua “primavera” e della speranza in un futuro migliore

giovedì 11 giugno 2009

Marco SCURRIA eletto al Parlamento Europeo

VITTORIA!!!!!!
Un sogno che si avvera, una generazione nuova e innovativa, un comunità in cammino e vincente, ecco cosà vuol dire l'elezione di Marco Scurria, i figli d'Europa adesso potranno mettere in atto il sogno di cui sono eredi, portando linfa nuova sulle starde d'Europa... GRAZIE A QUESTA GRANDE COMUNITA' E A MARCO, una nuova sfida alle stelle è stata vinta... per NOI e per chi ha iniziato questo cammino ed adesso ci guarda con un sorriso da lussù...

IN ALTO I CUORI!!!!

domenica 10 maggio 2009

Europee 2009 - Figli d' Europa - Vota SCURRIA

Per un'Europa dei popoli, unita dal senso di appartenenza ad un solo grande destino, faro di civiltà e giustizia che illumini le menti degli uomini e le strade percorse dagli Stati....
Marco SCURRIA al Parlamento Europeo!